Il tempo oggi corre veloce e quindici anni sono già storia. Un giorno, è il 2010, ci svegliamo ascoltando che il premier Silvio Berlusconi è implicato in una storia di minorenni. Il pastiche, nel giro di un anno, gli costerà la carica.
Era l’alba degli anni ottanta quando l’impero Finivest si impose prepotentemente. I più datati di noi ricordano i mega manifesti a bordo strada “Corri a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta”, con riferimento al simbolo ( ahimé metaforicamente anticipatore) delle reti televisive che di lì a poco avrebbero fatto piazza pulita della piccola emittenza privata e costretto la RAI ad adeguarsi a modelli più disinvolti, che peraltro erano già nell’aria, soprattutto su Rai 2. Nel 1979 era nata RAI 3, per spartire la comunicazione con il PCI; per via del suo TG, diretto da Sandro Curzi, la rete venne denominata sarcasticamente “TeleKabul”.
La ventata di novità del nuovo network privato fu gradita a tutti: film, musica, varietà fino al 1992, quando subentreranno anche i telegiornali, mentre nel 1996 il gruppo cambierà nome in Mediaset, tutto grazie a leggi compiacenti. Non che le cose andassero molto bene, dal punto di vista dei bilanci: dovranno intervenire robusti capitali esteri per rinsanguare le casse in difficoltà, anche perché il boss deve occuparsi pure del Milan, di cui è presidente dal 1986, e intende “scendere in campo”, cioè in politica. Per gli avversi a lui, i capitali erano più oscuri. Berlusconi era un ex cantante da crociera, poi palazzinaro milanese, figlio di un bancario con buone aderenze, e la sorgente della fortuna è ancora mal identificabile. In pochi anni le sue società fecero man bassa, accaparrandosi mezza Italia, dai supermercati alle testate giornalistiche.
Non siamo qui a scrivere una biografia, ma per visualizzare un’epoca, soprattutto mediatica. I programmi di “sua emittenza”, soprannome conferito a Silvio (classe 1936) rigurgitano di prosperosi decolleté e natiche debordanti, per la gioia di adolescenti e ragionieri. Grande alleato del tycoon meneghino è il leader socialista Bettino Craxi, poi disinvoltamente scaricato. D’altro canto, la valanga di scandali che vede coinvolto il personaggio finisce quasi sempre bene per lui, che la scapola, e non pare turbato, mentre i suoi sodali incappano regolarmente in condanne, compreso il fratello Paolo.
Il tempo di “Mani Pulite”, era stato propizio a Berluska. L’isteria collettiva giustizialista aveva condotto alla sua affermazione come “uomo nuovo”, e alla candidatura del magistrato Di Pietro come ministro della giustizia (rifiutata): la crociata del pool di Milano aveva sortito qualche effetto imprevisto e Silvio divenne l’uomo da combattere.
I rumours non lo fermano, anche se sono molti e sanguinosi, roba che avrebbe stoppato la carriera di chiunque: corruzione (avrebbe fatto spostare le piste di Linate per costruire l’ospedale San Raffaele, grazie agli appoggi di don Verzé, protetto del cardinale Shuster, causando gravi danni ambientali); riciclaggio, aderenze alla mafia, evasione fiscale galattica, conflitti di interesse nel business e nel calcio ( la vicenda Lentini è oggi quasi dimenticata). Ovviamente non è mancata l’allusione a un legame, tramite Pippo Calò, alla Banda della Magliana; poco manca si pensi a Emanuela Orlandi, che in agenda aveva il numero degli studi romani dove si produceva “Il pranzo è servito”. E’ degli anni settanta la foto di Berlusconi con una pistola davanti, perché “aveva paura dei rapimenti”.
L’avanzata è simile alla cavalcata delle valchirie. Nessuno può fermare la nuova star onnicomprensiva, si formano schieramenti che delirano per il nuovo premier, eletto nel 1994 in cordata con gli ex missini di Alleanza Nazionale e i leghisti celoduristi di Umberto Bossi. Finisce presto, i maligni insinuano che Bossi abbia mandato tutto all’aria perché le riforme in programma avrebbe impedito alla sua consorte di prepensionarsi; comunque si sfonda un muro e si “sdogana” la destra al potere ( circostanza che Silvio, nei suoi ultimi giorni, rinfaccerà all’insediamento del governo Meloni, nel 2022, una delle rare volte in cui si presenta in aula).
Una parte del mondo dello spettacolo e del giornalismo si butta nelle sue braccia e ne è salvato: comici in declino, giornalisti con i creditori alla porta, soubrette a un passo dal marciapiede, dichiarano di amarlo a prescindere “ anche se ammazzasse 122 persone”, ebbe a dire uno di questi.
In un capolavoro negletto del nostro cinema, “Sissignore”, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi nel 1968, il capo (nella pellicola, Gastone Moschin) sovrintendeva alle vite dei suoi sottoposti; e Silvio, con meno invadenza, veglia sulle sue protette, come la modella e conduttrice Eleonora Brigliadori, di cui è testimone di nozze; Lorella Cuccarini sposerà un suo dirigente, Silvio “Testi” Capitta.

Berlusconi è stato sposato con la signora Carla, da cui ha avuto Marina e Piersilvio; si risposa con l’ex primattrice di Enrico Maria Salerno, Veronica Lario (vero nome, Miriam Bartolini), che gli dà Barbara, Eleonora e Luigi: tutti generano nutrita nipotanza.
La residenza formale della famiglia è ad Arcore, paesotto prospero della provincia Monza Brianza, scorporatasi nel 2004. La magnificente villa San Martino apparteneva alla dinastia dei conti Casati Stampa. Camillo ammazzò moglie, amante di lei e se stesso nel 1970. Dicono i maligni che la figlia di primo letto, contessina Donà delle Rose, imbarazzata dalle chiacchiere sulla sua famiglia, volesse solo liberarsi delle proprietà italiane; e ne abbia approfittato l’avvocato Cesare Previti per combinare un affarone a favore del suo cliente, Silvio appunto. Ma questo è gossip, s’intende.
Il regno di Arcore viaggiò trionfalmente, con l’adesione di un mondo multicolore, inclusivo perfino di ex militanti della sinistra extraparlamentare, rivestendo il leader di un’aura popolare e populista, sigillata dal suo sorrisone a pieni denti e le coperture del cranio con acconciature e pitturazioni grottesche.
Vero, Romano Prodi gli diede filo da torcere, ma in fondo non ne appannò il mito, almeno agli occhi di chi lo adorava; e Silvio torna in sella con l’unico governo del dopoguerra in carica quasi per l’intera legislatura prevista, 2001 – 2005, con la consecutiva ripresa 2005/2006. Pare che l’interlocuzione con gli avversari non sia la massima dote di questa compagine; e molti artisti e giornalisti “ di sinistra” ( e non, come Indro Montanelli) verranno accantonati o epurati, ma ricordiamo che Michele Santoro lavorò a Italia Uno: insomma, scelte chirurgiche di antagonisti utili.
E’ palese che le questioni politiche e istituzionali a Berlu non interessano, ma egli acquisisce simpatie come colui che divellerà i vecchi poteri, dal reame degli Agnelli agli odiati comunisti dal cucchiaio d’oro in stile De Benedetti. In realtà la sinistra ha costruito la sua opposizione su di lui e non lo affronterà mai davvero. Secondo molti, l’ingresso in politica lo ha salvato dalle manette.
Se nel 1994 il Polo delle Libertà si era presentato libertario e anticonformista ( vi aderì Tina Lagostena Bassi, uscendone quasi subito), il secondo mandato vede un’alleanza di ferro con certi settori reazionari del Vaticano; Silviuccio si mostra mentre stacca un assegno a una prostituta nigeriana scappata dallo sfruttamento, sotto il vigile sguardo di don Benzi, commuovendo i benpensanti.
L’era del centrosinistra prodiano si è conclusa bruscamente col secondo breve governo eletto nel 2006, preso a spallate da Fausto Bertinotti, il più berlusconiano comunista in circolazione; nel 2008 si può tornare a cantare “Meno male che Silvio c’è”.
Sono subito cavoli amari per i lavoratori del pubblico impiego, cui il mini – ministro Brunetta taglia gli stipendi, c’è aria di vendetta verso i votanti dell’altra parte; nel 2009 il governatore di csx del Lazio, il giornalista Piero Marrazzo, si dimette perché coinvolto in una storia di ricatti da parte di trans che frequentava, benché sposato con figli. L’opposizione frana, ma si rianima quando lo scandalo dell’altra sponda si affaccia all’orizzonte, allestito e servito da Repubblica e propalato con ghigno di soddisfazione da Marco Travaglio.
All’inizio è proprio Veronica a mettersi di traverso al coniuge, applaudita da Walter Veltroni che le offre addirittura di candidarsi nel nuovo PD ( offerta rifiutata): la donna lamenta le offerte di “vergini al drago” e piccona non solo il suo matrimonio, evidentemente di facciata da un pezzo, ma l’autorevolezza politica del consorte premier, tuttavia sembra irritata soprattutto per il diverso trattamento a favore dei figli di primo letto rispetto ai suoi.
Emerge la figura di una favorita del premier, Noemi Letizia. La battaglia politica, che avrebbe altre questioni da affrontare, si sposta sul fronte dei letti: da quello offerto a Silvio dall’amico Putin, cosiddetto “lettone”, ai lettini da sole nella villa di Berlusconi in Sardegna ( immortalato nudo il premier ceco Topolanek in dolce compagnia). Sopravvissuto Silvio a tanti attacchi, a cui replicava altrettanto ferocemente tramite i suoi media, rimase solo il fronte personale a cui abbarbicarsi
Si affaccia una signora di Bari, Patrizia D’Addario, rivelando una sua notte con il presidentissimo. A latere, si sviluppò un processo, con l’accusa di uso di corpi femminili, e Giampaolo Tarantini, imprenditore barese, imputato in veste di lenone, poiché avrebbe procurato donnine a Silvio; accanto compare la figura di una cosiddetta “ape regina”, Sabina Beganovich, supposta selezionatrice delle cortigiane del giro di Berlusconi, di cui sarebbe stata gelosissima.
Le udienze risultano molto penose, con capi d’imputazione che fanno riferimento alla legge Merlin del 1958 e personaggi rovinati, non si capisce bene il perché: non risultano costrizioni né induzioni, ma fioccano le condanne, tranne che per Silvio; e si salva la D’Addario, molto blandita dai media, che da allora lamenta di non aver ottenuto risarcimenti.
La realtà è che Silvio amava la carne giovanissima e lei era già “datata” per lui. L’uomo aborriva l’invecchiamento (degli altri); una cosa certa delle sue festone con regalini e omaggioni è che faceva subire a tutti le sue atroci barzellette e le sue cantate. Ma, poi, quanto tempo gli rimaneva per i doveri da primo ministro?
Oggi qualcuno rispolvera le sue presunte abilità. Siamo disposti a concedere qualche buona intenzione suggerita dai collaboratori più esperti ( qualcuno pure c’è stato), ma rimasta tale; e certo non aiutata dalle uscite volgari e dalla strafottenza mostrata nei consessi ufficiali, che suscitarono perfino la reazione della regina Elisabetta.
I suoi fans erano pronti a interpretare tutto a rovescio: si assistette a un rinnovato culto della personalità, per cui ogni atto di Berlusconi era sempre anticonformista, ribelle ai poteri forti, apertura al mondo nuovo. Qualche perla di tale alto profilo: Merkel culona inchiavabile, Obama un po’ abbronzato, la cultura occidentale è superiore (all’indomani dell’11/9). Niente di che, solo idiozie che mandavano in visibilio la sua platea e anche lui stesso, che sembrava credersi molto spiritoso.
Arriva lo scivolone Ruby. E’ costei Karima El Mahroug, una graziosa marocchina nata nel 1992, cresciuta in Sicilia, finita in una comunità per giovani fragili e catapultata in quel di Genova, prima di ritrovarsi ad Arcore nelle cosiddette “cene eleganti”. Il problema nasce da una nottata in cui Silvio la aiuta a uscire dalla convivenza litigiosa con furto ai danni di un’altra delle sue monelle; ma, beccato in castagna a proteggere una minorenne, peggiorerà le cose definendola “ nipote di Moubarak”, il presidente egiziano.
Ne seguiranno processi, da cui, come al solito, Silvio esce assolto, mentre Emilio Fede, Lele Mora e l’ igienista dentale di Silvio, Nicole Minetti, consigliera regionale PDL, verranno condannati per favoreggiamento della prostituzione. Ruby, che appare una portaguai ovunque passi, si calma, fa una figlia con un genovese e torna sotto la Lanterna, dove ora gestirebbe un ristorante new age.
In aula sono sfilate tante ragazze, di ogni provenienza, soprannominate “olgettine” dal nome della via del residence dove il patron le allocava e manteneva. Molte sono arretrate nella scalata sociale che avevano tentato, di altre si è persa traccia, ma una di loro fa una fine particolarmente tragica.
Imane Adil nasce in Marocco nel 1984; bellezza mozzafiato ( molta più classe e finezza di Ruby), cresce a Torino, dove la famiglia è emigrata, e desidera lavorare nel mondo dello spettacolo. Per via di un giro di conoscenze partecipa a qualche sfilata, fa servizi fotografici, compare in un video clip, finché arriva l’aggancio giusto, Lele Mora: e anche Imane si ritrova alle cene eleganti. La giovane donna sarà super testimone al processo Ruby bis e parlerà a lungo: coccolata in aula, sparirà subito dopo.
La ritroviamo improvvisamente il primo marzo 2019, giorno del suo decesso, dopo un mese di sofferenze a causa di una misteriosa malattia.
Si scatenarono discorsi di cospirazione; lei stessa insisteva con il suo avvocato affinché si rivelasse un avvelenamento ai suoi danni. Tra autopsia e analisi di ogni tipo, si arrivò a escludere una morte da radioattività o da veleni, anche se furono rinvenute tracce di metalli pesanti; il verdetto finale fu di aplasia midollare per cause sconosciute.
Cosa aveva raccontato Imane, di così clamoroso? In fondo, niente. A parte la minore età di Ruby, che a quanto pare non arrivava da un convento e il cui aspetto faceva pensare avesse qualche anno in più, le altre erano tutte ragazze rampanti, alcune in effetti con qualche disagio, ma di solito pienamente consapevoli, che si prestavano ai trastulli in cambio di aiuto economico e si sbranavano pur di accattivarsi un posto accanto a Silvio.
Mentre a Roma cenette e cotillon si svolgevano a palazzo Grazioli, nel villone di Arcore esisteva un salone a piano interrato, con un palco e un palo da lap dance. Dopo cena, ci si spostava sotto. Le giovani si esibivano in spettacoli burlesque, travestite variamente, agitandosi tra loro praticamente nude, strusciandosi con il padrone e gli ospiti – cioè Emilio Fede e spesso il consigliere regionale PDL Giorgio Puricelli. Tale spasso verrà poi denominato bunga- bunga, assecondando una certa filmografia trash anni settanta, che vuole gli indigeni africani adusi a pratiche orgiastiche multisessuali, da cui una famosa barzelletta. A fine esibizione, qualcuna si fermava “al piano di sopra”.
Imane rivendicava la propria distanza da quei comportamenti. A suo dire stimata da Silvio anche perché abbastanza esperta di calcio, lei desiderava una carriera da giornalista sportiva e pare fosse all’orizzonte qualcosa del genere; ma, visto che tutto doveva passare per una certa linea di compiacenza al capo, la Fadil, sempre detto da lei, rinunciò, per ritrovarsi sola contro tutti. Se a processo le “olgettine “ venivano trattate senza pietà dal PM Ilda Bocassini e lei venne lisciata, presto tutto fu dimenticato.
Ma, per quanto Imane abbia voluto descrivere un contesto debosciato e lascivo, non sono emersi né sbronze né uso di stupefacenti, non in quei momenti, almeno: solo un ras potentissimo e non più giovane, dall’aspetto in verità non particolarmente virile, forse sotto scacco di farmaci potenzianti, un po’ patetico, che si lascia andare a discorsi politici davanti a quattro ragazzotte discinte; mostra loro, anziché un bel film, video beffardi sui suoi avversari o ex alleati ( per esempio Gianfranco Fini), poi fa offerte di quelle che, se non si va per il sottile, non si rifiutano, pur essendo libere di farlo. Anche Imane accettò qualcuna delle famose “buste” con dentro migliaia di euro. Silvio, dopo la disgrazia, dichiarò subito che non l’aveva mai vista in vita sua.
I racconti dei suoi ultimi giorni rimandano alla memoria Francesca Moretti, una giovane sociologa morta misteriosamente nel 2000 a Roma, caso conosciuto come “delitto della minestrina”, anche se nessun crimine è mai stato dimostrato, ma i sintomi sembrano gli stessi: malesseri, debolezza, il corpo che si gonfia e infine il corto circuito finale. Se per la Moretti si è parlato si suicidio, in rete c’è chi vi allude anche per Imane: insinuando perfino che, non avendo altri modi per farsi sentire, e vedendosi rifiutata l’uscita di un libro autobiografico, ella fosse ricorsa all’estremo gesto di autoavvelenarsi per attirare l’attenzione, sottovalutandone gli esiti.
Certo che è tutto così esagerato, quando c’è di mezzo Berluska. Un funerale sontuoso, non si capisce perché trasmesso a reti unificate, alla presenza della sua ultima fiamma, la trentenne calabrese Marta Fascina, poi le sortite televisive della sua ex partenopea, Francesca Pascale (dicono molto amica di Marina), oggi divenuta attivista sempre incazzata per i diritti LGBT. Che too much, questo Berlusconi.
I danni del berlusconismo non sono il conflitto d’interessi o la passione per le ninfette in coppia, e nemmeno il suo ego straripante dai vestiti in cui si strizzava e le scarpe con un metro di tacco interno; e neppure le sue contumelie verso la magistratura, che quasi sempre gliela fece scampare.
Il grave problema rimasto sul groppone degli italiani è il sogno dell’imprenditoria, con cui egli contagiò le generazioni, e la divisività binaria. Troppi presero a credersi novelli uomini e donne d’affari, creando società, attività e partite IVA con cui dissanguarono le famiglie, fallendo spesso miseramente, senza l’ausilio di leggi ad personam e conti off shore; e si diffuse l’idea polarizzante che chi non amava Berlusconi fosse un comunista o qualcosa di simile.
Dopo le dimissioni da premier, altre controversie e una condanna, Berluska si farà eleggere in Senato, governando il nuovo partito, Forza Italia, tramite i suoi sottopancia. In ditta si affermano Marina e Piersilvio. Lui se ne va nel 2023.
Molta polvere dovrà posarsi prima di poter disegnare una visione storica e obiettiva di questa figura, che amava solo le donne giovani, a parte la madre; e ignorava bellamente chi poteva costituire un ostacolo d’immagine, anche quelli che lo avevano aiutato nell’ascesa.
Fadil è probabilmente mancata per una cristi neurovegetativa acuta, dovuta al crollo delle illusioni di quell’era. La ricordiamo noi, oggi, con pena e tenerezza.
Carmen Gueye
