In questi giorni di tensioni Russia-NATO riemerge ostinata — e sbagliata — una scorciatoia mentale che, io per primo, a volte commetto: considerare la Polonia un semplice Paese dell’ex blocco sovietico, un “ex” qualsiasi. È comodo: archiviare Varsavia tra i tanti nomi di Paesi presenti sul continente europeo, concedendo il ruolo di protagoniste alle sole Berlino, Parigi e Mosca. Ma la Polonia non è un avanzo di blocco: è una nazione con ambizioni geopolitiche proprie e una memoria lunga che continua a dettare l’agenda.
Non sono solo ambizioni. C’è anche la paura. Paura dei russi e, sullo sfondo, anche dei tedeschi. Nella memoria collettiva polacca la storia ha un copione ricorrente quando il mondo tedesco e quello russo si intendono. Nel Settecento si chiamarono “spartizioni”, nel 1815 fu “equilibrio europeo” e nel 1939 il patto Molotov-Ribbentrop.
Dire “nazionalismo polacco” in molte case italiane fa alzare sopracciglia — ed è un errore. L’Ottocento e il Novecento sono esempi nel ricordare il carattere del popolo polacco: insurrezioni soffocate, confini spostati a forza. E quando negli anni Ottanta Solidarność aprì una crepa nell’impero sovietico, non chiese il permesso all’Europa: lo fece e basta. Se cerchi il filo, è sempre quello: la Polonia rifiuta il ruolo di territorio di passaggio. Vuole essere soggetto, non corridoio.
Il punto, allora, non è se Varsavia “esagera” nel percepire minacce alla frontiera. Il punto è se noi sappiamo come guarda i fatti la Polonia, oggi, con una guerra in Ucraina che per molti polacchi non è vicina: è adiacente. Visto che la geografia non cambia — pianure aperte, confini lunghi, nessuna catena a fare da serratura — la politica si organizza: investimenti militari massicci, un’idea chiara dell’alleanza atlantica come assicurazione sulla vita, e la pretesa — sì, la pretesa — di influenzare l’agenda orientale dell’Unione.
Noi, con una storia diversa da quella polacca, accarezziamo l’idea della mediazione perpetua e a volte all’estremo; loro ricordano che la mediazione, senza leva, è una richiesta educata. Noi crediamo al mito dello “Stato cuscinetto”; loro sanno che, nella storia, quei territori sono spesso stati trattati come cuscinetti sacrificabili. E intorno a Varsavia ruotano i Paesi baltici, che non la pensano diversamente da Varsavia: stesso dizionario di paure, stessa urgenza di deterrenza, stesso rifiuto del ruolo di periferia.
Se vogliamo capire bene un quadro complicato — e che coinvolge sensibilità molto diverse — come quello a Est serve uno scatto di lucidità: non si tratta di giustificare Mosca o Varsavia; non si tratta del vecchio slogan “morire per Varsavia” (formula del dibattito, non scenario); non si tratta di chiudere gli occhi di fronte ai rischi. Si tratta di capire pregi e limiti dei Paesi alla frontiera dell’Europa, accettando che il centro dell’Unione oggi non è più solo sull’asse Parigi-Berlino, ma anche — e sempre di più — tra Vistola e Baltico.
Che ce ne facciamo, noi italiani, di tutto questo? Anzitutto smettiamo di leggere la Polonia come un semplice Paese europeo. È un attore che vuole tornare al centro e dobbiamo prenderne atto.


