Nato a Genova nel 1928 da padre napoletano e madre genovese, presto separati, una sorella in futuro sua collaboratrice, Enzo era molto legato sia alla città di nascita che alla cultura partenopea. Da universitario partecipò alla “Baistrocchi”, compagnia teatrale goliardica del capoluogo ligure, dove fece apprendistato di palcoscenico pur essendo, coi suoi modi eleganti, molto distante dal tono popolaresco di quelle rappresentazioni.
Dopo la laurea in giurisprudenza, pur versato nella professione giornalistica, il giovane ebbe modo di infilarsi nel mondo dello spettacolo della nascente televisione, dove registrò subito successi da incastonare nella storia della RAI, come il programma “Campanile Sera”. Non si risparmiava trasferte per servizi in esterno e collaborazioni a quotidiani, sempre gradito per lo stile garbato, forse un poco ricercato, rispetto alla giovialità filoamericana di Mike Bongiorno e alla marpiona romanità di Corrado; mentre Pippo Baudo, più simile a lui di formazione, arriverà qualche anno più tardi. Questo divenne il poker dei conduttori all’italiana, quando negli USA imperversavano personaggi come Ed Sullivan.
Nel 1962 si registrò il primo incidente di percorso: durante una puntata di “Telefortuna” l’imitatore Alighiero Noschese fece il verso all’allora presidente del consiglio Amintore Fanfani. La gag era stata approvata dai vertici aziendali, ma evidentemente non piacque in alto e il presentatore fu allontanato. Ricordiamo che si parla della RAI di Ettore Bernabei: uno che, in rapporto ai timonieri di oggi, ci appare eroico e supercompetente, ma che allora stava agli ordini rigidissimi del governo perfino sul colore delle calze delle ballerine, visto che i programmi erano prodotti in casa e non acquistati in format come adesso.
L’esilio permise a Enzo di sperimentare il lavoro in Svizzera, fuori dal corto respiro di viale Mazzini. Ritornò presto, rituffandosi nell’attività della tivù di stato come presentatore della “Domenica sportiva”, che arricchì al punto da farne quasi un varietà, e di alcuni quiz; tuttavia alla fine degli anni sessanta ci ricascò, questa volta cedendo a una sua vena pacatamente, ma duramente polemica: accusò la dirigenza aziendale di vedute ristrette:” «un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”. L’ostracismo durò anni, durante i quali egli condusse per alcune emittenti private e scrisse per La Nazione e Il Nuovo Quotidiano. Nominato vicepresidente della TV via cavo italiana Telebiella, fondò, insieme a Renzo Villa, Telealtomilanese, per cui ideò e condusse “Il Pomofiore” e “Aria di mezzanotte”. Le autorità fecero spegnere i trasmettitori, ma i due ricorsero e vinsero: sfatiamo il mito secondo cui l’emittenza privata sia stata la trionfale trovata di Silvio Berlusconi, poiché la battaglia fu promossa da Enzo.
Dunque egli dovette riprendere la via del confino, ma ebbe l’idea di fondare Antenna 3 Lombardia, unica emittente locale allora degna di nome e con palinsesti di qualità, dove lavorarono personaggi celebri o che lo sarebbero divenuti; nel frattempo collaborava con “Il resto del Carlino” e “La Nazione” e fu tra i pochi a prendere le difese del commissario Calabresi nell’affaire Pinelli, posizione che forse gli costò inimicizie fatali.
Nel 1977 ebbe luogo la riforma della RAI; tradotto significava non più tutto in mano alla DC, ma un pezzo ai socialisti, Rai due, e, poco dopo, una quota al PCI (RAI Tre, aperta nel 1979).
La seconda rete si distinse subito per aperture diverse al mondo, con scene di nudo, satira pungente ( ospiterà i programmi di Arbore) e idee nuove come “Portobello”, creato appunto da Tortora, con una visione futuristica: un misto di mercatino, di trovate, i “cercasi anima gemella” e il ritrovamento di scomparsi ( non drammaticamente, ma per vicende della vita). Protagonista incontrastato era un pappagallo, cui un ospite di turno doveva provare a far dire “Portobello. Ci riuscirà, “casualmente” l’ attrice Paola Borboni, devolvendo il compenso a una famiglia in difficoltà.
Il successo fu clamoroso, pur considerando la scarsa concorrenza dei primi tempi, con emittenti libere ancora un po’ sfigate e RAI 1 sempre appoggiata ai “vecchi” Mike , Corrado, Sandra e Raimondo: i quali, però, non sembravano più così entusiasti di rimanerci e migreranno verso Finivest.
Tortora giocava a tutto campo, felice di essere finalmente conosciuto per ciò che realmente era: l’ innovatore, uno che passava dalla televisione commerciale a quella pubblica con disinvoltura ( continuava a lavorare ad Antenna Tre e per un periodo comparve anche su Rete Quattro), colui che realmente aveva cambiato il modo di fare televisione.
Il futuro dell’affascinante cinquantenne si mostrava aureo (tra le sue vallettine, si ricorda una timida Gabriella Carlucci) e nulla sembrava poterlo più fermare.
Nella vita privata, annullato il primo matrimonio da cui era nata una figlia, con la quale i rapporti non erano ottimali, Enzo si era risposato con una signora toscana che gli diede Silvia e Gaia, ma nel frattempo era finita anche con lei. Enzo faceva coppia con una nuova compagna, Vittoria Faggioli; ma il rapporto era in crisi e stava subentrando Francesca Scopelliti. Quest’ultima, giornalista, entrerà in politica, veleggiando da Forza Italia ai radicali e al PD.
Tortora non aveva un temperamento docile: la classe, dovuta anche all’educazione ricevuta, era innegabile, ma l’uomo tendeva alla critica affilata, al giudizio implacabile. Quando Walter Chari si era trovato nei guai per faccende di droga, Tortora ne aveva condannato il comportamento. Passava per un liberale di vecchio stampo e faticò ad accettare il matrimonio della figlia Silvia (1962/2022) con il divo francese Philippe Le Roy (1930/2024), di trentadue anni maggiore, da cui nasceranno due figli.
Il suo arresto, il 17 giugno del 1983, provocò un clamore senza pari. L’opinione pubblica, scioccata, era tendenzialmente ostile, ancora ignara di certe dinamiche giudiziarie.

L’accusa era di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Gli accusatori? Un manipolo di gentiluomini “pentiti”: pregiudicati colpevoli di omicidi abietti, noti malavitosi coccolati da certe toghe, e un pittore poco conosciuto. Il più famoso resta Gianni Melluso, detto “Gianni il bello”: anni dopo chiederà perdono in ginocchio alla famiglia, ma Gaia Tortora rifiutò di concederlo. Naturalmente Camilla Cederna si schierò subito con i colpevolisti.
Un’ancora di salvezza arrivò da Marco Pannella, che riuscì a far eleggere Tortora al parlamento europeo, ma il presentatore a un certo punto rinunciò all’immunità e si rifece le trafile carcerarie: un calvario dove naturalmente scoprì nuove dimensioni e, con la sua porosità emotiva, fraternizzò con una realtà che finì per assorbire.
Quello che colpiva era soprattutto l’accanimento dei pubblici ministeri napoletani (che triste coincidenza) contro di lui; per essersi debolmente difeso di persona in aula, con una frase innocua, si arrivò alla Corte Europea, che lo discolpò dall’accusa di oltraggio. Il suo avvocato difensore, convinto dell’innocenza dell’assistito, pianse durante l’arringa. E in appello, l’assoluzione piena arrivò. Si disse che era stato tutto un errore, partito dalla lettura sbagliata di un cognome simile al suo, sull’agenda di un pregiudicato. Tante scuse e scagionato.
Ma malato, ormai. Irrimediabilmente. Un tumore lo stava consumando e lo condurrà alla tomba nel 1988. Al funerale le figlie portarono una copia de “La colonna infame” di Alessandro Manzoni.
…
Fin qui è la parabola umana dell’uomo. Tuttavia si rendono necessarie alcune notazioni.
Ai tempi la fiducia nella magistratura era quasi cieca, almeno presso il popolo, non da ultimo per l’alto prezzo pagato dalla categoria in termini di vite umane, spezzate soprattutto a opera di terroristi.
La non brillante immagine dei togati uscita dalla vicenda Tortora necessitava di un restyling, che subentrò tosto con l’avvento del ciclone “Mani pulite”, una vicenda oggi in via di rivisitazione, zeppa di dolore, di morti per dispiacere o autoprocurate (si ricordino Gabriele Cagliari e Raoul Gardini) e il risultato di un sostanziale azzeramento della cosiddetta “prima repubblica”; ad avvantaggiarsene furono Silvio Berlusconi e la Lega nord dello spaccamondo Umberto Bossi. L’MSI uscì dal limbo grazie a un Fini che ne pagherà lo scotto anni dopo.
Di fatto, da allora, i giudici sovente si sostituiscono agli organi amministrativi di controllo, apparati farraginosi, in teoria deputati a sorvegliare l’osservanza delle norme anche in materia contabile, che evidentemente non funzionavano, ma costavano ( e costano tuttora) al contribuente; e servirebbero altresì a evitare il pesante intervento giudiziario, influenzato per strada da tutta una serie di elementi che rischiano di far deragliare l’indagine, come infatti accadde nel 1992: una sharia senza distinguo, una lapidazione indiscriminata che non ha aiutato la crescita né morale né intellettuale degli italiani.
Il caso Tortora inaugurò l’era del pentitismo sfrenato, le cui conseguenze sono emerse nel tempo, come abbiamo evidenziato per alcuni casi di cronaca qui trattati, con la corsa ai 41 bis, considerati il suggello di una implacabile attività del pubblico ministero: dimenticando che tale figura ha il dovere di reperire anche gli elementi a favore dell’imputato di turno e che il convincimento ultimo del giudice ( e di giurie popolari inadeguate) è sottoposto a limitazioni spesso ignorate (Cassazione 1995 “con l’obbligo di motivare adeguatamente il percorso logico-conoscitivo e le ragioni della scelta, specialmente se discostandosi da pareri tecnici”).
Purtroppo la deprecabile conseguenza di una evidente malagiustizia calata sul famoso conduttore non sembra aver insegnato molto agli italiani che, nel susseguirsi delle generazioni, si sono dimostrati spesso giustizialisti o, al massimo, indifferenti. Né va meglio per i casi di cronaca nera “comune”, come l’agonica progressione di Garlasco insegna, ove ballano ingenti somme risarcite: che, in caso di revisione e assoluzione del precedente condannato, saranno a carico delle casse pubbliche, come accade spesso, peraltro, nel caso di carcerazione preventiva di futuri assolti, di errori giudiziari o di applicazione della cosiddetta “legge Pinto”, ovvero quando i termini di conclusione dei procedimenti non vengano rispettati, il che avviene spesso.
Né si può tacere della sistematica violazione delle norme sulla privacy, laddove, perfino a processo in corso, vengono rivelati i contenuti di intercettazioni spesso a tema sensibile, non di rado ininfluenti sul corso del dibattimento; e se i media approfittano del ghiotto boccone ( talora diffondendo immagini di intimità), appellandosi al via libera delle procure, ciò non toglie che il rispetto delle regole al riguardo valga anche per loro; di talché nuove regole dovrebbero essere previste anche per i giornalisti.
Qui non si vuole affermare che la separazione delle carriere sia un falso problema, ma si intende esprimere il timore che essa rappresenti una sirena incantatrice, poiché non è pensabile che, ove approvata, risolva i numerosi problemi da cui il sistema giudiziario è afflitto.
Molte nevralgiche questioni vengono sistematicamente ignorate, come quella delle spese di giustizia, una voragine senza fondo grazie alla insindacabile libertà d’azione del magistrato e, ancora una volta, appare evidente nella vicenda della giovane Emanuela Orlandi, sparita e mai più rivista dal lontano 22 giugno 1983. Gli scavi sotto “La casa del jazz” di Roma, avviati non si sa bene a che scopo, con la remota motivazione di cercare anche i resti del giudice Mario Adinolfi (di cui non si sa nulla dal 1994) in una proprietà del defunto Enrico Nicoletti, già prosciolto da accuse di organizzazione criminale, rimandano alla mente il fallito referendum del 1987: allorquando la maggioranza popolare votò per la responsabilità civile dei giudici, poi vanificata da leggi successive. Infatti subentrò la Legge Vassalli (L. 117/1988), che limitò l’azione a casi di “dolo” o “colpa grave” e prevedendo una responsabilità indiretta, ovvero che lo Stato potesse rivalersi sul magistrato. Tuttavia le “azioni” sono pochissime e si concludono quasi sempre con un non luogo a procedere; e se è vero che i magistrati fruiscono di assicurazione, la conseguenza di una rivalsa su di loro si riverserebbe in un aumento delle tariffe assicurative per tutti, vista l’alta posta in palio. Quello che è stato definito “sistema paese” si regge su una serie di equilibri oggi sfilacciati.
Per non dire della legge 206/2004, che autorizza faraonici risarcimenti sulla base di presunte responsabilità anche di soggetti deceduti e non più giudicabili; e provoca allungamenti infiniti con richieste di riapertura di indagini, magari con DNA chissà quanto fortunosamente reperiti, con l’obiettivo di raspare ancora qualcosa dalle risicate risorse statali, con l’acquiescenza governativa (si veda il nostro articolo su Ustica).
Né può dirsi meglio della giustizia civile che vede, ormai da decenni, sentenze ispirate a una sistematica distruzione del tessuto sociale, delle famiglie in particolare.
La vicenda scaturita dalle dichiarazioni del giudice Palamara, che molti citano per additare le distorsioni dell’apparato, presenta la debolezza in radice: un magistrato “pentito” mette il carico di una personale amarezza.
Per tutto ciò e molto altro la riforma della giustizia non può, in ogni caso, limitarsi all’oggetto del prossimo referendum. Le decisioni massive non sollevano il singolo dalla responsabilità e dall’onere di approfondire in proprio materie che sembrano molto distanti, finché non toccheranno personalmente: un rischio che oggi corre chiunque, se diventa oggetto di famelici arrivisti pronti a tutto per una vetrina.
Carmen Gueye


