Ugo, all’anagrafe Ottavio, Tognazzi, nacque a Cremona nel marzo 1922, figlio di un assicuratore; in seguito nascerà la sorella Ines. A causa del lavoro paterno la famiglia si spostò per alcuni anni, fino a tornare nella città del torrone. Non è chiaro il corso di studi del giovane, che in seguito dichiarerà di aver lavorato come ragioniere nel salumificio Negroni, con scarso rendimento peraltro. Durante il non meglio identificato impegno bellico Ottavio (non si sa di preciso quando e perché divenuto Ugo) si mise in luce come intrattenitore comico; dopo l’8 settembre svolse, pare, alcuni lavori d’ufficio e fu arruolato nella RSI; stando ad alcune vecchie interviste, nel dopoguerra passò qualche guaio per aver ironizzato sui finti partigiani, alludendo a tanti italiani che erano stati “in montagna”, sì, ma nascosti. Dimessosi ( o licenziato) dall’impiego, lo ritroviamo a Milano in cerca di ingaggi in compagnie di giro, aspirando a lavorare tra i “boys” di Wanda Osiris.
Questo genere di gavetta, comune a molti futuri divi, viene richiamato nel film “Primo amore” del 1978, regia di Dino Risi, con la diletta, allora giovanissima partner Ornella Muti (altri due lavori insieme, “Romanzo popolare” del 1974 e “La stanza del vescovo” del 1977 entrambi di Monicelli), configurando un vizio di partenza riflesso nei primi impegni cinematografici, leggeri e burleschi.

Ugo in uno dei primi film “una bruna indiavolata”, 1951, regia C.L. Bragaglia
La nostra generazione di straboomer si trovò tali star fatte e finite, servite nelle maggiori produzioni, e non stette molto a pensare al cammino che aveva condotto alla felice riuscita del cursus honorum; retrospettivamente, per alcune di loro si rileva la fatica ad affermarsi fuori dagli schemi di commedie fatue e dalla conduzione traballante: la bravura non è sufficiente, se non si è sorretti da una regia di valore, soggetti e sceneggiature miniati, coprotagonisti e comprimari di qualità. Già negli anni settanta quello del varietà e delle riviste appariva, a torto o a ragione, come un mondo fané, un po’ caricaturale; e le testimonianze degli addetti ai lavori, di chi c’era, autoreferenziali, aneddotiche, poco attrattive per il nuovo pubblico giovanile.
E il teatro…ah, il teatro, per molti di noi resta quello del Joseph Tura di “Vogliamo vivere!” (1942, regia di Ernst Lubitsch): una rappresentazione enfatica con troppa vicinanza tra attori e platea, senza la magia, la distanza siderale, il tono olimpico di chi recita sul grande schermo e ci fa sognare.
Ugo attraversò un favoloso periodo televisivo, alla guida di “Un due tre” con l’amico Raimondo Vianello, di cui sarà testimone alle nozze con Sandra Mondaini; la canzonatura del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che cadde durante la visita del collega francese De Gaulle per uno scambio di sedie, costò loro la chiusura del programma (disavventura in comune con Enzo Tortora); Raimondo spiccò il volo con sua moglie, Ugo girerà “Il federale”, considerato quale avvio della sfolgorante marcia verso il podio del divismo.
Tra la mole di lavori, ne abbiamo scelti alcuni da commentare, per successo o gusto personale, non potendo occuparci dell’intera, frenetica attività di Tognazzi: non siamo critici, ma spettatori affetti da cinofilia.
“ La grande abbuffata” (1973). Non fu l’unico, ma il più famoso dei film girati con Marco Ferreri, regista cresciuto alla scuola spagnola del genere grottesco ( in terra iberica girò il fantastico “El cochechito” nel 1962), replicato in Italia soprattutto servendosi di Ugo, che rimane l’unico interprete nostrano in grado di muoversi in quel genere, poco nelle corde dei cineasti dello stivale. Un tentativo simile produrrà “Amici miei”, (1975, “Atto secondo” 1982) diretti da Mario Monicelli, diventato archetipico della buffoneria tricolore, lanciando la fraseologia surreale e marinettiana ancora in uso oggi, un termine per tutti: supercazzola.
“Sissignore” 1968, lo vide regista di se stesso, nella parte di un impiegato che, come tutti i suoi colleghi, sposerà una delle amanti del boss e andrà in galera al suo posto: una storia che appare metaforica delle vicende di un nostro tycoon divenuto premier.
“Il Vizietto” (uno e due, 1978 e 1980), di Edouard Molinaro, coprotagonista Michel Serrault, narra di una rodata coppia di omosessuali, uno dei quali cede alla tentazione femminile. E qualche vocetta, maligna per i tempi, voleva Ugo, con la sua torpida prosodia e la camminata a “X”, disinibito in tempi di antico apprendistato.
Invece la reputazione reale era di grande “tombeur de femmes”, nonché patriarca. Ugo ebbe il primogenito Ricky (1955) dalla ballerina bluebell irlandese Pat O’Hara; il secondo Thomas (1964) dall’attrice norvegese Margareth Robsahm; Gianmarco (1967) e Maria Sole (1970) dalla moglie definitiva, la collega Franca Bettoja, che lasciò la carriera per dedicarsi alla grande famiglia. Simona Izzo, moglie di Ricky, in un’intervista, ha alluso a una mai cessata attività di seduttore del suocero, amante delle ragazze ben più giovani.

Precursore della famiglia allargata
La residenza estiva di Torvajanica, poi diventata “villaggio Tognazzi”, era sempre invasa da ospiti del mondo del cinema, con tornei di tennis ove era in palio uno scolapasta d’oro; Ugo era scatenato, altri un po’ meno, ma partecipavano per cameratismo e il sincero afflato amicale di Ugo, intento a stemperare il malanimo che di solito alligna nel mondo di Cinecittà; vediamo così, racchetta in mano, Vittorio Gassman, Franco Interlenghi e perfino Raimondo Vianello, che nel tempo, pur stella televisiva incontrastata in coppia con Sandra, mal celava il disappunto per l’ascesa di Ugo, rispetto alla propria relegata al piccolo schermo.

Naturalmente durante le feste si pasteggiava sontuosamente sotto l’egida del Tognazzi chef, affetto, come tutti gli uomini cuochi, da una certa maniacalità nelle ricette, esibita anche nel film “La califfa” (1970): storia tra un’operaia e un miliardario, da un romanzo di Alberto Bevilacqua diretto dall’autore, con Romy Schneider, nelle location padane congeniali a Ugo.
Naturalmente non poteva mancare una vera “supercazzola” in questa biografia, e fu quando Ugo, nel 1979, organizzò, con il direttore del foglio satirico “Il male” il finto scoop del suo arresto come capo delle Brigate Rosse; in seguito egli rivendicherà il “diritto alla cazzata”, ché tale in effetti era.
Pare che negli anni ottanta Tognazzi lamentasse un certo disinteresse dell’Italia nei suoi confronti, e per questo preferisse lavorare in Francia, in cinema, teatro e televisione, dove gli offrivano lavori a suo dire più interessanti: ottima “Qui c’est ce garcon?” una fiction con Marlène Jobert, sul rapporto tra i genitori e le giovani generazioni di figliolanza.
Forse si trattava di un pizzico di vittimismo. Trovare ruoli sfavillanti per i “vecchi leoni” ormai ultrasessantenni era allora più difficile di adesso e gli exploit del dopoguerra li avevano viziati, infatti non troppo meglio andava per i pari grado Sordi, Gassman, Manfredi e Mastroianni; ma Pupi Avati, con le sue umbratili atmosfere, lo gratificò in “Ultimo minuto” (1988), nella parte di un direttore tecnico trafficone, ma appassionato delle sorti della sua squadra in pericolo di retrocessione, alle prese con i rampanti manager del nuovo calcio.
Infine arrivò la serie TV “I giorni del commissario D’ambrosio”, Ugo di nuovo poliziotto come nel dolente “Il commissario Pepe” (1969) di Ettore Scola, performance indimenticabile dalla parte della giustizia, come pure era stato, per altro verso, ne “In nome del popolo italiano” (1971) di Dino Risi: nei panni di un magistrato imbevuto di frustrazioni e ideologia, che manderà in carcere un industriale innocente (Gassman) per odio sociale.
Ugo, che attraversava fasi depressive, se ne andò a causa di un ictus, il 27 ottobre 1990. Lo celebrò, con insolito sentimento, l’amico Paolo Villaggio; e ancor oggi i suoi figli, frutto di una famiglia complicata, lo ricordano con affetto e solidarietà, nonostante le inevitabili intemperie emotive che avranno sperimentato.
E così lo ricordiamo noi: con stima e simpatia.
Carmen Gueye


