Perché il Vaticano ha dichiarato guerra a un piccolo sito spagnolo

La Segreteria dello Stato del Vaticano ha deciso di perseguire legalmente un sito è spagnolo (Infovaticana): da alcuni mesi a questa parte la testata giornalistica sta fronteggiando una costosa battaglia giudiziaria sull’utilizzo del logo che secondo il Vaticano viola le leggi sulla concorrenza.

Il suo fondatore è il giornalista Gabriel Ariza che rispedisce al mittente le accuse e la richiesta di chiudere il dominio. Ariza dice di non mostrare alcun timore, neppure tenuto conto che per la causa il Vaticano si è affidato allo studio legale più quotato al mondo: lo statunitense Baker & McKenzie, multinazionale che solo dal nome mette paura per la sua fama nelle aule di tribunale e che da sette anni si aggiudica il gradino più alto del podio nella speciale classifica dei posti di lavoro più gay friendly.

La vicenda: fino a qualche tempo fa il portale Infovaticana utilizzava come logo le chiavi del paradiso, simbolo del munus petrino, ma dopo le sollecitazioni dell’ufficio legale americano, Ariza ha deciso di sostituirle con un pennino di una stilografica. Curioso, perché a ben guardare sembra di scorgervi in realtà una stilizzazione della mitra, che però è anche un simbolo vescovile. Ma non basta.

Insegne a parte infatti, non è solo il logo che interessa al Vaticano, ma il nome stesso della testata. La quale si chiama Infovaticana proprio perché si occupa di informazione inerente a ciò che succede in Vaticano e cioè, in senso lato, nella Chiesa. Si occupa dunque di informazione religiosa, come tanti siti nel mondo, i quali non devono certo chiedere permesso alla Santa Sede per poter esercitare un loro diritto. Ma questa volta la Segreteria di Stato ha deciso di andare fino in fondo.

L’accusa, in un tripudio di carte bollate e diffide legali, è la seguente: chiamandosi Infovaticana, potrebbe indurre in errore il lettore a ritenere che si tratti di un sito ufficiale di informazione dell’istituzione vaticana. “Concorrenza sleale”, dunque, è l’accusa formale. Questo il cuore della corposa denuncia che lo studio legale ha presentato alle autorità spagnole.

La notizia è stata data in prima persona da Ariza ed è rimbalzata in poche ore anche in Italia, su blog e giornali (Il Messaggero, ad esempio). Non proprio un bel biglietto da visita per la Chiesa quest’ultima battaglia legale, che ultimamente predica parresia (franchezza) e misericordia.

Infatti, mentre Ariza resiste e si dice pronto ad andare avanti in quella che è una battaglia di libertà di espressione, arriva anche il vero motivo della richiesta di chiusura del sito: è una denuncia presentata dal cardinale arcivescovo metropolita di Madrid Carlos Osoro Sierra presso la nunziatura in cui si denuncia che il sito in realtà è spesso troppo critico.

Ariza con i suoi avvocati, nel frattempo, replica colpo su colpo e si dice per nulla intenzionato a cedere a quelle che sono in realtà minacce a tutti gli effetti. “Anzitutto – spiega il giornalista spagnolo alla Nuova BQ – perché il Vaticano vuole soltanto intimidirmi, loro sanno perfettamente che non hanno nessuna possibilità giuridica, ma utilizzano la minaccia. Io sono più che tranquillo”.

Ciò che poi depone a favore di Ariza è la sproporzione dei contendenti: da un lato l’Istituzione divina bimillenaria, il potere in attività più antico della storia dell’umanità e dall’altro un piccolo sito internet. C’è chi, nel commentare la notizia, non ha esitato a scomodare Davide e Golia, con la Chiesa nella parte del gigante “cattivo”.

Secondo il giornalista dunque “ci attaccano perché siamo scomodi alle gerarchie spagnole, che si fanno scudo così con gli uffici legali vaticani: abbiamo pubblicato la notizia che il cardinale arcivescovo di Madrid non possiede le quattro lauree che sul suo curriculum vanta (Filosofia, Teologia, Pedagogia e Matematica) e questo non ci viene perdonato. Così come non siamo graditi per aver denunciato l’affidamento da parte dei vescovi di un costoso servizio di catering al fratello del segretario generale della Conferenza Episcopale Spagnola”.

A causa di questo giornalismo d’assalto, Infovaticana si è attirata dunque gli strali di qualche signorotto di sagrestia e la cosa è arrivata Oltretevere. Almeno questa è la ricostruzione di una delle parti in causa.

L’altra invece fa parlare le carte bollate. Ma anche nel merito della richiesta, secondo i legali di Ariza, non ci sono ragioni: “Mi accusano di concorrenza sleale? Dunque la Chiesa si ritiene un’azienda come un’altra? Quali prodotti venderebbe?”. La linea difensiva di Ariza in sostanza scende sul terreno dello studio legale per contestare alla radice il concetto di concorrenza sleale per un’istituzione che esiste non per affermare i propri prodotti secondo logiche commerciali o produttive. La battaglia legale dunque verterà su questo aspetto. Anche in Spagna, come nelle moderne democrazie, le politiche di concorrenza sono regolamentate dal diritto e quando questa è sleale lo si deve evincere da precisi riscontri. Ma si tratta comunque sempre di un contesto economico e finanziario avulso dal “core business” della Chiesa che non è quello di fare profitti economici diffondendo il Vangelo di Cristo.

Tanto più che il dominio di Infovaticana è registrato correttamente all’autorità spagnola, Ariza ne è proprietario e, semmai, visto che si stanno utilizzando leve che appartengono al mondo economico, il Vaticano potrebbe piuttosto proporre un accordo economico comprando il dominio. Ipotesi questa che non sembra essere percorribile da nessuna delle parti. Anzitutto perché in questo senso passerebbe il concetto che il Vaticano ha comprato il silenzio di un giornalista non gradito e la cosa sarebbe per la Santa Sede un danno d’immagine, ma anche non conveniente per Ariza, che non ha nessuna intenzione di farsi mettere il bavaglio: “Io lavoro a Infovaticana nel tempo libero e utilizzando i miei risparmi – prosegue -. Un mio lavoro ce l’ho: sono direttore finanziario di una società che non ha a che fare con il Vaticano. In più sono avvocato”. Ariza non intende cedere di un millimetro su quelli che ritiene essere i suoi diritti perché “io con questa attività non voglio fare soldi, ma questo è il servizio che io, come suo figlio e battezzato, voglio rendere alla Chiesa. Infovaticana è il mio discernimento, chi può giudicarmi?”. “Sarebbe come se il sindaco di New York pretendesse di far chiudere il New York Times o se la lo Stato italiano si opponesse alla pubblicazione del quotidiano la Repubblica”.

Tanto più che, in casi come questi e dato che si scomoda l’etimologia, qui siamo di fronte a Infovaticana e “vaticana” non è il sostantivo, che indicherebbe eventualmente in misura più precisa un toponimo per un’informazione proveniente dal Vaticano, ma è riferito alle cose inerenti al vaticano. “La differenza tra il sostantivo e l’aggettivo utilizzato potrebbe essere decisiva per far valere Ariza sulla Santa Sede”, spiega il giornalista della Nuova BQ Andrea Zambrano. Anche perché esistono molti siti che si richiamano come aggettivo al Vaticano: “Alcuni di questi – conclude Ariza – lo utilizzano persino associandolo alla caratteristica di essere infiltrati oltre le mura leonine. Però non vengono toccati. Perché?”.