L'ITALIA DEVE SALVARE DALL'ISIS LE SPOGLIE DELLA SUA IDENTITA'?

“Il recente attentato al Cairo che ha semidistrutto il Consolato d’Italia ha ridestato in me la viva preoccupazione per i resti mortali di Re Vittorio Emanuele III, che giacciono in Egitto da quasi settant’anni”. Sono queste le parole di preoccupazione espresse dalla principessa reale Maria Gabriella di Savoia che ha riaperto la questione del rientro delle spoglie mortali del “Re soldato” in Italia.

Il luogo di sepoltura dovrebbe essere la chiesa del Pantheon a Roma dove già riposano le salme di Vittorio Emanuele II e di Umberto I. Eppure una simile decisione non sembra facile come possa sembrare. Vittorio Emanuele III viene ricordato come colui che permise al fascismo di prendere il potere, come colui che firmo le Leggi Razziali nel 1938 e soprattutto come il principale protagonista della tragedia dell’otto settembre.

Non fu però solamente un cattivo Sovrano: infatti la storiografia dimentica che durante il suo Regno vi fu il primo miracolo economico in Italia nei primi del Novecento, di come abbia combattuto da vero soldato la Prima Guerra Mondiale, senza scordarsi della la morigeratezza nel suo stile di vita. Indro Montanelli ricorda che Vittorio Emanuele III rifiutò sempre la mondanità romana, usò il palazzo del Quirinale solo quando strettamente necessario e risiedette per  circa 43 anni del suo Regno nella più modesta Villa Savoia.

Persona particolarmente intelligente, a dieci anni sapeva già a memoria il millenario albero genealogico della sua stirpe; fu il primo Re a saper scrivere l’italiano senza errori.

In questi ultimi anni la storiografia lo ha condannato per l’approvazione delle Leggi Razziali. Poteva non firmarle o semmai dignitosamente abidcare, ma nella realta le accettò al pari dei suoi sudditi. Certamente l’età poteva renderlo meno forte nell’animo, a riguardo però si deve ricordare il comportamento tenuto da Cristiano di Danimarca che, imprigionato nella sua Copenaghen dai tedeschi, indossò per tutta la guerra una Stella di Davide gialla per dimostrare la sua vicinanza nei confronti degli ebrei danesi. Situazioni diverse e coraggi diversi.

Vittorio Emanuele III semplicemente tradì, nonostante quanto fatto nel corso della sua vita, il popolo italiano l’otto settembre del 1943. Quella fuga notturna sui Monti Appennini da Roma a Pescara non fu mai accettata da una nazione che aveva creduto in lui e nel corso di quattro conflitti aveva dato i suoi figli  all’urlo di “Savoia o Morte”.

Un triste giudizio storico, ma nella cattiva e nella buona sorte il “Re Soldato” rappresenta un pezzo della nostra identità che non possiamo far distruggere. Nel 2009 la traccia di storia all’esame di Maturità recitava: “Nel 2011 si celebreranno i 150 anni dell’Unità d’Italia. La storia dello Stato nazionale italiano si caratterizza per la successione di tre tipi di regime: liberale monarchico, fascista e democratico repubblicano. Il candidato si soffermi sulle fasi di passaggio dal regime liberale monarchico a quello fascista e dal regime fascista a quello democratico repubblicano“.  Solo un uomo, anzi un Re, fu deus ex machina di tutte le tre fasi: Vittorio Emanuele III.

Ritornando alla richiesta avanzata da Maria Gabriella di Savoia, emerge con prepotenza una domanda: vale la pena lasciare in balia dei fanatici islamici distruttori della storia e della cultura un fondamentale pezzo della nostra identità? Forse no, ma alla fine il problema non si pone visto che non riusciamo neanche a salvare i vivi.

Michele Soliani

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