Il marketing politico nell'era della post-verità e del "centrismo"

Ultimamente ci si era spesso domandati se la fine dei populismi euroscettici fosse effettivamente arrivata, ma la domanda che forse oggi appare più immediata è un’altra: che offerta politica si vorrà dare agli elettori dopo queste elezioni francesi? In relazione a quali ideali e valori?

All’indomani delle elezioni presidenziali francesi, che hanno visto trionfare con il 66,1% delle preferenze il candidato centrista Emmanuel Macron contro la candidata di estrema destra Marine Le Pen, in molti si sono dilettati nel trovare ragionevoli spiegazione del perché quest’ultima avesse “drasticamente” perso.
Tra questi immancabile è stato il commento di Silvio Berlusconi, leader azzurro di Forza Italia, il quale rivolgendosi alla Lega Nord di Matteo Salvini – lepenista per eccellenza – ha ammonito: “Certe idee non convincono più gli elettori”, “quindi non vale la pena perseguirle”. 
Una logica, questa del noto imprenditore milanese, che nell’era della post-verità – termine esploso nella nostra lingua a seguito del fenomeno della Brexit e più recentemente delle elezioni americane vinte da Trump, la cui definizione starebbe a indicare: ‘relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali’appare del tutto  coerente in termini di marketing, seppur contrastante con le ideologie e i valori di chi la politica la pratica per credenza. Non certo per business. 
In questi ultimi anni tuttavia la comunicazione politica ha assunto un peso sempre maggiore e Berlusconi, per quel che concerne il caso nostrano, ne è l’esempio lampante: un imprenditore che, puntando sulla comunicazione e sui media “mainstrem”, è riuscito a governare per circa un ventennio.
Dominatore incontrastato sulla scena politica e imprenditoriale contemporanea, è finito per essere accostato e preso a modello da diversi altri volti nuovi della politica nostrana: tra questi l’ultimo è apparso Matteo Renzi, anch’egli comunicatore (più che statista) eccellente.
Oggi anche l’accostamento del neo-eletto presidente francese a Berlusconi (come degno erede del “berlusconismo”), appare non del tutto inverosimile: l’uso di uno stile comunicativo basato su un dialogo diretto con il popolo, condotto per mezzo di slogan semplici e incisivi che si basano sui moderni canali social, così come l’uso di una comunicazione politica in grado di creare un mix di partizioni e ideologie politiche “centriste” e mai del tutto schierate, fanno di quest’ultimo un modello politico tutt’altro che nuovo. Il tutto con la conseguente “benedizione” di Berlu, il quale non nasconde agli occhi dell’opinione pubblica l’idea secondo cui la vittoria di Emmanuel Macron in Francia “è una cosa buona”, un “bene per l’Europa”. 
Dichiarazioni, quest’ultime, che hanno lasciato “l’amaro in bocca” a chi magari, nel polo sovranista ed euroscettico di destra, cercava con lui “quell’unità del centrodestra” che tanto servirebbe in vista delle prossime elezioni politiche, così come ribadito dallo stesso leader di Forza Italia rivolgendosi a Salvini. Viene ora da chiedersi con quali rinnovate aspettative: accrescere il già consistente divario tra offerta e domanda politica o diminuirne la distanza operando con una logica di mercato applicata alla realtà di un’Europa sì “da riformare”, come da Berlusconi dichiarato, ma tuttavia essenziale e quindi innegabile?
Ultimamente ci si era spesso domandati se la fine dei populismi euroscettici fosse effettivamente arrivata, ma la domanda che forse oggi appare più immediata è un’altra: che offerta politica si vorrà dare agli elettori dopo queste elezioni francesi? In relazione a quali ideali e valori? Salvini, dal canto suo, sembra voler restare fermo sulle sue posizioni e in merito alle dichiarazioni di Berlusconi ribatte: ”Berlusconi festeggia Macron? Mi sembra stia in pessima compagnia, perché la pensa come Renzi, Boldrini e i 5 Stelle”, continuando poi, in merito all’idea di quest’Europa: “Chi crede di fare l’Italia schiava di quest’Europa dalle regole assurde e dall’immigrazione incontrollata, si scordi pure l’alleanza con la Lega”.
Affermazioni, queste del leader leghista, chiaramente in continuità di pensiero con Marine Le Pen, la quale, nella giornata di ieri, ha creato una vera e propria spaccatura all’interno del centrodestra italiano; oggi più frastagliato che mai. Marketing o meno. Sovranità o europeismo.
Perché ancora una volta a prevalere, più che il classico schema politico (destra o sinistra, gollisti o socialisti) è la moralizzazione della politica attorno ad un polo sempre più dinamico e frastagliato di linguaggi; e seppur differenti questa deve saper rispondere ad un fabbisogno comune: “che esuli dall’immobilismo, dal dogmatismo e dal personalismo”, oggi più che mai: “ostacoli notevoli alla flessibilità”, (Il marketing politico ed elettorale: politica e candidati, Antonio Foglio, 2009).
Forse nell’era della post-verità ciò che sembra davvero permeare a fondo la società contemporanea non è il sapersi appellare all’emotività del singolo individuo, così come si era pensato fino ad ora in riferimento a Trump e alla Brexit, bensì il saper far leva sulle convinzioni personali di ogni singolo elettore, rispondendo tuttavia ad un bisogno concreto e immediato. Nel caso di Macron, la “lotta al terrorismo” e alle “divisioni che ci minano”, con al centro la “difesa del destino comune dell’Europa”, i “diritti e l’attenzione per l’ambiente”. Un mix di contenuti divenuti il perno della vittoria del candidato centrista, “riuscito nell’impresa di vendersi come alternativo al sistema, pur essendo figlio dell’establishment”
Alla Le Pen, d’altro canto, non resterà che cambiare il nome del FN. Sempre che questo basti a cambiar le sorti di un partito dall’immenso potenziale, naufragato tuttavia sulle note dell’inno alla Gioia. Che èl’inno dell’Europa e uno schiaffo agli euroscettici”
di Giuseppe Papalia