Il femminismo populista: Evita Peron

28th August 1951: Madame Eva (Maria) Duarte De Peron (1919 - 1952) makes her election address during demonstrations by the General Federation of Labour, to persuade President Peron to stand for re-election. (Photo by Keystone/Getty Images)

C’è il femminismo liberal, che soffre di un certo isterismo misandrico, e poi c’è quello di Evita Peron, dedito alle donne, alle famiglie e ai più deboli. In breve, comunitario e nazionale. O populista

Si tende a pensare al femminismo odierno come un’accozzaglia di teorie moderne, progressiste e radicalmente egualitarie che tenderebbero a voler eliminare qualsiasi differenza tra i sessi in nome di una poco chiara emancipazione, e della libertà. Questo lato esiste, ed è presente per lo più in Svezia o negli Stati Uniti dove la componente liberal è ideologicamente egemone. Ma, fortunatamente, esiste un altro tipo di femminismo: per scoprirlo, però, bisogna tornare al secolo scorso, e recarsi nella poco fortunata America Latina, da sempre terra di scontri, corruzione e colonialismo imperialista – soprattutto statunitense.
Nel caos economico e politico, un baluardo di luce lo si intravide nella breve vita, ma carica di significato, dell’argentina Evita Duerte Peron. La sua vita è legata a doppio filo con quella che sarà poi la sua visione del mondo e del femminismo: giustizia sociale, forte senso di comunità, attaccamento ai poveri, i descamisados, e soprattutto alle donne.
Perché non è stata un’esistenza facile, la sua: già nei primi anni di vita, in un’Argentina devastata dalla povertà, alla famiglia di Evita manca il padre che non la riconobbe mai come figlia, e che abbandonò la madre e i suoi fratelli per la moglie e i figli legittimi. E se già una famiglia normale faticava ad avere il pane in tavola, le difficoltà aumentavano per quella di Evita, in cui la madre doveva faticare il doppio di quanto già una donna all’epoca faceva.
Un’eredità, questa, che l’accompagnò fino alla fine; ma tramutò questa tara in stimolo: si fece, infatti, sempre portatrice di istanze che oggi potrebbero essere vicine al tanto vituperato populismo, come ad esempio l’estensione del diritto di voto alle donne; la costruzione di abitazioni per gli anziani e i senzatetto; politiche a favore dei bambini; e la fondazione di diverse associazioni benefiche a sostegno dei poveri e lavoratori.
I detrattori la definiscono come una moglie-sguattera al servizio del fascistissimo Juan Domingo Peron, e un’attrice poco fortunata che è riuscita a far carriera grazie alle relazioni sentimentali che ha intessuto nella sua breve vita. Allora dovrebbero spiegare come mai è ancora amata da moltissimi argentini a distanza di anni dalla sua morte.
La risposta: Evita Peron fu una donna proveniente dal popolo che mai si dimenticò delle sue radici e del suo passato, cercando in tutti i modi di cambiare la realtà del popolo argentino. Perché patì in prima persona la miseria e la disgrazia dei descamisados, ed è da lì che cercò di far ripartire la politica del marito, per una società giusta e solidale.
Entrando nello specifico, la Fondazione Eva Peron da lei stessa fondata nel 1948 è uno degli esempi che possono venire alla mente affrontando la storia di questa donna; costruzione di scuole e asili nido, borse di studio ai ragazzi meno abbienti, progettazione di quartieri popolari e di ospedali nell’ottica e sovvenzioni a club o associazioni sportive.
Non si perse dietro a battaglie di dubbia utilità come l’utero in affitto o la linguistica gender-friendly o altre amenità di sorta; lavorò e si battè invece per una giusta uguaglianza e parità tra le persone: la madri, i più deboli, i bambini e gli anziani, e pure i lavoratori sono stati al centro delle sue campagne sociali e politiche.
Si spese per l’applicazione del peronismo sociale nel suo aspetto più popolare e populista; la leader spirituale dell’Argentina raccolse attorno a sé tantissimo seguito: fu una donna del popolo, e proveniente dal popolo. Di certo, non un personaggio costruito ad arte, dell’alta borghesia o delle classi alte.
La morte la colse prematuramente, all’età di trentatrè anni per un cancro all’utero. Ma seppe rimanere a fianco degli argentini, tanto da tenere discorsi dalla Casa Rosada – la tenuta presidenziale – e da sfilare accanto al marito fino alla fine dei suoi giorni. La sua scomparsa segnò profondamente la sua nazione: tant’è che durante i notiziari della sera, fino alla conclusione della carriera politica di Juan Peron, quando scoccava l’orario del decesso di Evita, i giornalisti interrompevano il loro servizio con questa frase “Sono le 20:25 minuti, l’ora in cui Eva Perón è passata all’immortalità“.
Bisognerebbe interrogarsi sull’eredità lasciata da questa donna, che in pochi anni si fece amare dall’Argentina fino all’ossessione. E la risposta non è facile trovarla; di certo era un personaggio carismatico, che seppe ammiccarsi gli argentini e riunire tutti sotto la sua persona. Una donna che non tradì mai il suo popolo. Tranne una volta: quando morì, lasciando sola l’America Latina.
Alessandro Soldà