La sfida culturale è la base di ogni politica

Con la cultura non si mangia. Una frase attribuita all’ex ministro Tremonti che la smentisce.

D’altronde è sufficiente valutare i rapidi e cospicui arricchimenti di alcuni organizzatori culturali per rendersi conto che con la cultura non solo si mangia, ma ci si abbuffa a caviale e champagne.

Il problema è che qualcuno si arricchisce ma a spese altrui. Grazie a politici furbi schierati dalla parte del pensiero unico obbligatorio ed a politici totalmente incapaci schierati dalla parte opposta.

Nei prossimi mesi alcune Regioni italiane saranno chiamate al voto e si vedrà se esiste davvero la voglia di cambiare. La voglia prima ancora della capacità.

Perché se la necessità del cambiamento è davvero sentita, le competenze si trovano, ed anche piuttosto facilmente. Se, al contrario, si preferisce proseguire sulla scia di ciò che è stato fatto in passato, allora è sufficiente continuare a scegliere assessori inadeguati, schierati immancabilmente non con i propri elettori ma con quelli degli avversari sconfitti.

Perché la cultura è la base della politica, perché rappresenta una visione del mondo contrapposta ad una visione differente. Non ci si può solo limitare a finanziare gli strumenti come se fossero neutri.

Uno smartphone può offrire la visione di un concerto vicino ad una interpretazione del mondo oppure ad una totalmente diversa.

Le poesie di Ezra Pound non diventano uguali, e neppure equivalenti, ai peana alla droga di Sfera Ebbasta (qualcuno gli tradurrà “peana”) solo perché per la divulgazione si utilizza il medesimo pc.

Così si vedrà in Lucania se la cultura da valorizzare è quella delle tradizioni del carnevale di Tricarico o quella delle trivelle; se in Sardegna si recupera No potho reposare o si insiste con Michela Murgia; se in Abruzzo si riscoprono le radici montane e marinare o se qualche intellettuale di Forza botulino preferisce investire sul tunnel con Ginevra; se in Piemonte si cercano le radici piemontesi, occitane, francoprovenzali e walser o se si prosegue con la biennale democrazia a senso unico.

In pratica se i poveri continueranno a finanziare la cultura dei ricchi, che non è una cultura di élite ma solo una accozzaglia di costosissime manifestazioni radical chic.

Si vedrà chi ha voglia e coraggio di investire sulla cultura popolare, sui giovani e meno giovani che sanno ancora creare qualcosa.

Perché fare cultura non significa soltanto portare grandi mostre o grandi spettacoli dall’esterno, ma produrre cultura legata al proprio territorio. Che, ovviamente, si confronterà e dialogherà con altre culture, in uno scambio continuo e proficuo.

Ma se manca la vitalità della propria cultura, il dialogo con gli altri non è possibile. Se il massimo da proporre è la cultura nordamericana o quella africana, vuol dire che non si ha più alcuna ragione di esistere come popolo.