Candidature comunali. Centrodestra: ci risiamo con il solito vizio

Il tema del rapporto fra cultura e politici di destra, a quanto pare, sta spopolando: improvvisamente, un sacco di revenants sono apparsi sulla scena, qualcuno lanciando anatemi, qualcun altro blandendo e suggerendo.

Fatto sta che, negli ultimi giorni, voci molteplici si sono levate a chiedere pane e rose, e la Meloni si sarà sentita fischiare le orecchie mica male. Da Veneziani a Tarchi, tutta l’aristocrazia intellettuale della destra italiana si è fatta sentire. E quel che ha detto non suona precisamente onorevole per i politicanti di riferimento.

Tuttavia, la speranza sarebbe l’ultima a morire, se, a cassare ogni tipo di speranza, non venissero notizie come quella della possibile candidatura di Gasparri a sindaco di Roma: uno ha anche sostenuto che Gasparri sarebbe il sindaco ideale per la capitale. Non si capisce se sia stata una battuta o una maledizione.

Evidentemente, l’antifona è risuonata invano. Se, nei penetrali della politica romana, si pensa ancora a gente del genere come uomini di punta del centrodestra, vuol dire che è tutto inutile: che neppure la mobilitazione generale delle teste pensanti può qualcosa, contro questa politica poltronara e poltronesca.

Come dire che la gente c’è: preparata, in gamba e magari giovane. Però, in televisione ci vanno i patriarchi e le matriarche o i loro più prossimi leccaculi: e quel che dicono, il modo in cui lo dicono, è l’esatto contrario di una battaglia culturale di ampio respiro. Sono ovvietà o sciocchezze, buone per raccattare due voti appo la plebe: altro che creare aristocrazia!

Ieri, sui social, uno ha fatto una battuta, proponendo di candidare a Roma il mio amico Luca De Carlo, parlamentare cadorino e sindaco di Calalzo. Ora, a parte che, di sicuro, si sta meglio a Lagole coi piedi a bagno che a Roma, con le chiappe nel fuoco, la battuta rivela una visione poco lucida della situazione: De Carlo a Roma non potrebbe fare nulla. Non potrebbe applicare il suo modo virtuoso di amministrare, perché Roma è Roma e solo i Romani possono salvarsi da se stessi e da quelli come la Raggi. Finirebbe romanizzato, con pessimi esiti per lui e per i cadorini.

Quando parlo di rivoluzione culturale intendo proprio questo: un popolo che da sé cambi, che viri verso la cultura, verso la civiltà. Che non sopporti più i topi nei negozi, la razzumaglia per le strade, gli autobus in fiamme, la metro bloccata.

Un popolo che finalmente guardi al proprio passato magnifico, lo confronti col presente, e si incazzi come un bufalo.

Guidato da un romano. Meglio se antico.

Marco Cimmino