sabato, Febbraio 7, 2026
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L’opinione: Giacomo Leopardi e “L’infinito”

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Sono trascorsi poco più di due secoli quando il giovane Giacomo Leopardi scrisse «L’Infinito», una tra le liriche più intense e significative di tutta la letteratura italiana.

Giacomo Leopardi aveva poco più di ventun anni quando la scrisse. Oggi lo chiamerebbero «ragazzo» ma a quell’epoca si diventava uomini sedicenni. Ma forse era un giovane già vecchio oppure un saggio con il cuore di un adolescente o, ancora, solamente un giovane confinato in provincia che aveva voglia di «fuggire» e «L’Infinito» è un invito alla fuga, nel tempo più che nello spazio. Del resto , ne so’ qualcosa, si «evade» anche se non si parte, anche se si è prigionieri…eppure liberi. Ognuno puo’ conquistare la sua libertà interiore e ne «L’Infinito» questa libertà interiore scivola di verso in verso e , alla fine, ti rasserena.

Sapete che «L’Infinito» è stato tradotto in ogni lingua? Dall’aramaico al cinese, ma nessuna lingua rende come la sua originale. Proprio perché è impossibile tradurla. Come è possibile tradurre «ermo»? Come una spiegazione geografica, una collina solitaria? Niente di tutto questo! «Ermo» non è il Monte Tabor di Recanati e neanche il Tabor dei Vangeli. «Ermo» , parola arcaica, dal suono affascinante perché «oscuro», è semplicemente una sensazione, non un luogo. Lo sguardo del giovane Giacomo giunge alla prima balza, o all’orizzonte, come quando io guardo l’orizzonte che la vista del mare qui’ a Nizza mi da, e corre verso una meta irraggiungibile. Era forse anche lo sguardo del non più giovane Pertini che guardava lo stesso orizzonte marino fumando la sua pipa seduto sulla panchina sulla Promenade des anglais .

Meta irraggiungibile? Dipende da noi. Già! Perché il messaggio di Leopardi è ottimista. Del resto come può essere pessimista chi scrive:

«…e il naufragar m’è dolce in questo mare» .

L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

La poesia fu pubblicata solamente nel 1826 negli “Idilli”.

Marco Affatigato

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