sabato, Febbraio 7, 2026
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Di chi è la Palestina? Webinar con Arturo Marzano e Editori Laterza

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Editori Laterza ha presentato il libro di Arturo Marzano “Di chi è la Palestina? Israele e Palestina. Questa terra è nostra da sempre.” nel pomeriggio del 22 ottobre scorso nel contesto del ciclo: Conflitti per la collana virtuale di Laterza, Libro più Internet. Editori Laterza ha presentato oggi il ciclo di incontri augurale dell’intero ciclo.

L’editore condanna senza mezzi termini l’attacco di Hamas, i ripetuti episodi di violenza in Cisgiornadia e anche quanto accaduto intorno a Gaza: “Lo scopo è di ricostruire la coscienza storica intorno a questo conflitto per dare a chi ci ascolta strumenti per avere un’opinione fondata che non sia frutto di inclinazioni propagandistiche.” La storia non è neutrale, ma può essere onesta o disonesta; le usa senza ricombinarle e senza manipolarle. L’incontro di oggi serve a capire le radici di ieri e oggi di quanto sta accadendo nella striscia di Gaza.

Il professor Marzano insegna Storia delle Istituzioni Mediorientali all’Università di Pisa e Roma Tre, ha una visuale molto ampia e conoscenze su questo argomento.

I tornanti storici della Palestina

“Vi sono almeno cinque tornanti significativi nella storia di questo conflitto: la presentazione dura 50 minuti, ma gli argomenti, per rilevanza, sarebbero molto più corposi. Il primo tornante è che tipo di obiettivi hanno sionismo e nazionalismo arabo. Il 1948 e perché è accaduto. Il 1967. Gli Accordi di Oslo e il 7 Ottobre, in che modo queste cinque date sono irreversibili e hanno cambiato la storia.”

A metà dell’800 iniziano a circolare le idee di nazione, nonché i popoli iniziano a pensare, in Europa, agli Stati come naturale prosecuzione politica di una gens, un popolo. Il sionismo nasce in Europa in questo modo, inizialmente ha molte diverse sfaccettature, sono impostati in modo diverso e hanno varie considerazioni di prevalenza, specialmente nei rapporti con le popolazioni locali. L’idea era che potesse essere localizzato a Eretz Israel o altrove. Una delle spinte, però, alla creazione di questo movimento politico forte sono i primi pogrom dalla Russia e l’antisemitismo in Mitteleuropa. In questo modo inizia una grande migrazione, di tipo religioso, famigliare, per tornare nel luogo dove era nato l’ebraismo. Seguita poi dalla migrazione politica, ovvero per creare un focolare nazionale, National Home, in quella che è la Palestina ottomana. Tra la fine dell’800 e il 1945 il sionismo assume si di sé una serie di politiche occidentali e le applica in modo vincente, cercando di andare a creare uno Judenstaat che dovesse sorgere nella Palestina britannica. Nel 1920 si crea il mito della popolazione ebrea.
Mentre questo accade, però, nell’Impero ottomano, in seguito a diverse riforme amministrative, alla logica religiosa, si crea il nazionalismo arabo, spinto anche proprio dalla presenza dei migranti sionisti, dalla competizione con britannici e occidentali. Tale identità si fa sentire per avere anche uno stato palestinese indipendente. L’idea era di collocarlo nella Palestina, per creare uno stato arabo nazionale. A questo corrispondono quindi due movimenti politici grossi, il socialismo ebraico della Palestina britannica e il nazionalismo palestinese ottomano che pensa a una Palestina araba.

Negli anni ’30 i due movimenti entrano in competizione gradualmente, nonché in conflitto. Molti sono i documenti che attestano l’esistenza di questi movimenti, da una parte il nazionalismo e dall’altro il colonialismo, i coloni non hanno mai negato di desiderare un allontanamento degli indigeni, a differenza che dal 1947 al 1949, a prescindere dal resto, gli ebrei si creano immediatamente una struttura dirigente forte e stabile, la componente palestinese invece vive sulla base di frammenti famigliari deboli e non coesi.

Nel 1948 le Nazioni Unite stabiliscono che le due popolazioni non sono tra loro conciliabili e pensano a un piano di spartizione, dividendo la Palestina in parti che non rispecchiano nessuna delle proposte: da una parte vi sono le aganà sioniste che diventano l’esercito israeliano, dall’altra ci sono vari eserciti degli stati arabi. La guerra inizia da subito con la predominanza degli ebrei.

Rispetto a una vulgata che vuol vedere i paesi arabi contro Israele, vi è un Israele molto forte contro molti stati divisi, circa 100 mila soldati contro 70 mila, tra l’altro, in conflitto interstatale tra loro. Alla fine di questa guerra l’1% degli ebrei muore, ma l’Egitto, la Transgiordania, il Libano e la Siria, più il Sudan e gli sauditi, sono una compagine temporanea di volontari rivali tra loro, perché si giocano la potenza regionale, quindi per Israele è sempre stato facile combattere contro tutti, in quanto non hanno nessuna visione unitaria.

In realtà non era solo Israele, ma anche gli altri paesi: Gaza nel 1948 viene occupata dall’Egitto, Israele cresce tranquillamente, la Giordania è indipendente e la Cisgiordania non rende alcuna posizione, in quanto in realtà nessuno vuole creare un nuovo stato palestinese. La popolazione palestinese non è appoggiata da nessuno, per primo a negarlo sono proprio gli Stati arabi limitrofi. Ad aggiungersi a questo la Gran Bretagna che teme il Gran Muftì e quindi non intende lasciar nascere una nazione poco limppida.

I palestinesi vengono espulsi da Israele entro il 1949, con episodi posteriori di deportazione del 1950/51 dove Israele rade al suolo tutte le capanne palestinesi, perché non possano tornare ad occuparle. Dunque le posizioni sono estreme: chi punta alla razionalità militare pensa che questa di Israele sia banalmente una ottima strategia di guerra, chi invece pensa che i palestinesi siano un popolo indipendente allora vede una pulizia etnica sistematica, che però non avviene nella Palestina, perché si tratta di zone di guerra. Ad ogni modo i profughi non sono più stati accettati in Israele e la sua struttura di Stato diventa permanente, come Stato democratico.

Nel 1967 invece non ci sono enormi cambiamenti, se non che la Palestina viene in parte annessa alla terra di Israele, mentre il poco territorio non israeliano è egiziano o giordano: in quel frangente Israele tenta la definitiva battaglia, vincendo contro Egitto e Cisgiordania la sua guerra, solo che non riesce a occupare tutta la regione, visto che dopo 70 anni non è ancora chiusa. I motivi della rilevanza sono che il sionismo ha un’enorme svolta, cioè cresce di nuovo la motivazione religiosa ebraica, sopra quella politica. Parte una grande ondata messianica legata alla guerra dei sei giorni, che si imputa a un dono di Dio.

Gerusalemme est a questo punto divisa tra Israele e Giordania, cambia molto perché all’interno c’è il Muro Occidentale che divide dalla schiera delle moschee. Questo è il punto di arrivo del 1967. Israele pensa molto alla terra su cui si è estesa e questo movimento religioso punta tantissimo alla terra come aumento, non tanto allo Stato.

Con l’OLP di Arafat nel 1968 si crea un’identità nazionalista palestinese, cioè i palestinesi si autodeterminano come popolo indipendente dalle altre nazioni arabe. Da questo momento la Palestina araba diventa simile all’Algeria e al Vietnam, da una parte si stacca dai paesi arabi, dall’altra si lancia in una Lotta di popolo contro Israele, cioè un attore politico, ufficioso, che si fa notare a livello internazionale. L’OLP è un movimento di liberazione che sogna uno stato laico e democratico che sostituisca anche Israele. Israele però è uno stato forte inquadrato nel sistema occidentale. Di fronte ha il popolo palestinese sostenuto da Pechino e da Mosca.

Nel 1988 in Israele inizia una nuova epoca: si pensa di poter integrare le due anime palestinesi, quella araba e quella ebrea. Proprio mentre l’OLP crea questo progetto, viene scritta la Carta Fondativa di Hamas, come movimento di resistenza islamista (in opposizione alla visione marxista dell’OLP). In questo modo gradualmente la spaccatura palestinese diventa sempre più evidente, allontanando la possibilità di integrazione.

Nel 1992 con gli Accordi di Oslo si firma un documento che resterà valido dal 1993 al 2000. Questo tema è molto dibattuto, non era chiara la volontà delle parti di negoziare, ma c’è un aspetto positivo, la partecipazione. Gli accordi comunque falliscono perché Israele riconosce l’OLP come interlocutore e l’OLP riconosce Israele come lo Stato. Dunque non esiste ancora nessuno Stato palestinese.

Nonostante gli accordi siano aggiornati, essendo asimmetrici, non sono mai definitivi. Dunque Hamas matura un enorme malcontento e Israele resta l’unico vincitore predisposto a occupare tutto il territorio della Palestina.

Tutto questo viene condito da una fortissima violenza reciproca. Sionisti nazionalisti da una parte, nazionalisti di Hamas dall’altra. Gli Accordi di Oslo dunque decadono con il nuovo millennio. Il punto forte i Netanyahu sta nel sospendere gradualmente gli accordi, mentre Fatah e OLP crollano miseramente. Si insidia il dubbio di corruzione dell’ANP e inizia la guerra civile, dunque nel 2005 Israele si allontana da Gaza materialmente, nel senso che gli israeliani se ne vanno perché non sono più tollerati, ma Israele affronta una gestione militarizzata e dal 2007 la Striscia di Gaza viene chiusa e viene occupata da Hamas, che si presenta a regolari elezioni e la stravince.

La stragrande maggioranza di governi pensa che Hamas sia solamente una forza islamica estremista, ma in realtà è l’unica forza in grado di fare una campagna elettorale, di comunicare, di avere una militanza giovane e molto diffusa nel popolo. Vincendo le elezioni, si scatena la guerra contro Fatah, la loro espulsione, gli arresti in Cisgiordania, quindi il controllo totale di Hamas sulla Striscia di Gaza e la spaccatura ricorrente tra i palestinesi. La divisione palestinese è irreversibile. Israele nel frattempo tra il 2019 e il 2022 vede la vincita prima della destra e poi dell’estrema destra nazionalista. Lo spostamento si completa con l’etnonazionalismo e con l’incremento delle fondazioni religiose; dal 2018 Israele diventa lo Stato nazione del popolo ebraico.

Questa torsione non è passata inosservata perché sottolinea il diritto esclusivo all’autodeterminazione degli ebrei, così si riflette in Hamas, che propone lo stesso sistema, ma di opposto fronte. Il compromesso scompare sempre di più. Hamas cresce dal 2006 al 2023, arrivando alla posizione radicale della guerra a Israele. Il 7 ottobre viene dichiarata con un Attacco terroristico la guerra per la liberazione della Palestina araba dal popolo ebraico e da Israele. La risposta di Israele è militare: Gaza e la Striscia vengono rase al suolo per oltre il 70%. Il 90% della popolazione di Gaza è senza casa, sfollata; sono uccisi 238 giornalisti. Vi sono 67 mila morti, 14 mila scomparsi e moltissimi feriti. Israele ha di nuovo messo in atto una risposta che implica una grossa pressione sulla popolazione palestinese, in termini di vite umane.

Secondo l’autore non ci possono essere risposte di pace, politiche, civili, sociali e culturali fin tanto che non si accetti che anche il Popolo palestinese arabo possa autodeterminarsi e avere la sua nazione. L’idea potrebbe essere quella di una Federazione, che implica uno sforzo universale basato sulla parità dei diritti di tutte le popolazioni ivi residenti.

Martina Cecco

martinacecco
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Giornalista e blogger: scrivo per Donnissima il blog in rosa. Dirigo Secolo Trentino e Liberalcafé. Laureata in Filosofia presso l'Università degli Studi di Trento. Lavoro per un progetto sperimentale di AI che riguarda le lingue e il loro rapporto con i motori di ricerca e la SEO. Studentessa presso la Scuola di Formazione Politica, Fondazione Luigi Einaudi, percorso di Scuola di Liberalismo 2025. Esperta in merchandising e produzioni editoriali.

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