C’era una volta la Francia. Prima dell’insignificante Hollande, del patetico Sarkozy, di Mitterand protettore dei terroristi, del Giscard dei diamanti, del traditore Pompidou. Una Francia che, attraverso la grandeur, nascondeva la crisi irreversibile di un Paese che aveva vinto la guerra con gli eserciti altrui, che aveva perso le colonie per micragnosità prima di accorgersi che il modello coloniale era finito e bisognava costruire nuovi rapporti su nuove basi.

L’ultimo sussulto di grandeur aveva un nome: Charles De Gaulle. Più temuto che amato, ma in grado di gestire – anche con eccessiva durezza nei confronti di chi rischiava la vita per difendere una certa idea della Francia – la complicatissima transizione. E ad uno dei suoi nemici storici nella vicenda d’Algeria si rivolse, De Gaulle, quando il maggio francese pareva in grado di distruggere il mondo gollista, la Douce France che ormai esisteva solo più nelle canzoni. E capace, De Gaulle, di ritirarsi a vita privata dopo la sconfitta in un referendum di secondaria importanza. A differenza di chi promette dimissioni e poi, immancabilmente, si rimangia le promesse. Ed ora il nipote Yves racconta il nonno in un libro “Un autre regard sur mon grand père Charles De Gaulle” e sceglie Acqui Terme ed il premio Acqui Storia per presentarlo. Decisione intelligente e consapevole, perché il premio dedicato agli studi storici è apprezzato in tutta Europa e tra i finalisti dell’ultima edizione figurava anche un autore russo.

Dunque non stupisce che il nipote del Generale abbia puntato su Acqui. E non stupisce neppure che il Salone del Libro di Torino, alle prese con il tentativo di riformarsi per rispondere all’offensiva guidata da Mondazzoli, continui ad ignorare l’organizzazione di Acqui. Stessa regione ma due mondi lontani per scelta dei vertici della cultura omologata di Torino. In grado di sperperare risorse e di creare divisioni, ma assolutamente incapaci di accettare una condivisione delle decisioni con chi non è allineato e coperto. D’altronde anche i Comuni e le Regioni schierati sul fronte del centrodestra non hanno mai fatto nulla per collaborare con Acqui. Ospitando presentazioni dei libri finalisti, organizzando appuntamenti congiunti. Comuni che spendono soldi per iniziative prive di interesse anche locale ma che rifiutano di acquistare un libro scomodo per le biblioteche comunali. Anche dalle piccole cose si valuta la capacità di far politica