ITALIA E CORRUZIONE: SECONDO L’OCSE “UNA COSA SOLA”

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E’ di ieri la notizia che vede l’Italia attestarsi tra i primi 34 Paesi Ocse per percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali, con un incidenza che sfiora il 90%. Il dato è contenuto in una tabella del rapporto Curbing corruption dell’organizzazione parigina, che cita a sua volta uno studio Gallup, secondo il quale la Penisola Italiana è seguita a ruota da Portogallo e Grecia. Nella parte bassa della classifica e fanalino di coda, si attesta la Svezia, che registra la percezione più bassa, sotto la soglia del 15%.

Insomma, un risultato di certo non invidiabile per l’Italia e Roma, che ancora una volta, – dopo i recenti scandali di “Mafia Capitale”, i casi del “Mose” di Venezia e dell’ “Expo2015” di Milano, delle tangenti e degli appalti sulla “linea C della metro” della Capitale, in cui è implicato anche Ercole Incalza, imprenditore che ha portato alle dimissioni dell’ormai ex ministro alle “infrastrutture e ai trasporti” Lupi – rispecchia l’immagine logorata di un Paese alla deriva da tempo. Un tempo che non lascia certo spazio al correre della storia, poiché i recenti fatti non possono che segnare una intramontabile continuità, che conferma una costante, quella dell’illegalità.

E tutto questo non poteva che arrivare proprio nei giorni in cui, dopo ben 734 lunghi giorni di attesa, il “martoriato” ddl anti-corruzione è approdato nelle aule del Senato per la discussione, in attesa del voto finale che “finalmente”, potrà sancire la tanto attesa manovra, prevista per l’1 di Aprile, – nemmeno a farlo apposta – sperando non sia solo l’ennesimo “Pesce d’Aprile”.

Tuttavia, i problemi che il “sistema Italia” sembra trascinarsi dietro da tempo, ci portano ad una riflessione, l’ennesima forse, ma che implica diverse considerazioni legate ad un concetto profondo, identitario e socio-culturale. Populismo, sfiducia crescente verso una “casta” politica sempre più distante dalla realtà, incapace di cambiare e guardare al futuro. Un futuro che sappia soprattutto guardare ad un rinnovamento che – nonostante Renzi e il suo barlume di speranza a inizio mandato – ora comincia a tardare. Il rischio è quello di schematizzarci, inflazionarci, renderci peggio di quel che siamo agli occhi del mondo. Perché l’Italia non è solo “pizza, mafia e mandolino”. Ma è paradossalmente, anche speranza, fiducia.

Dalla tabella contenuta nel documento Ocse, emerge infatti che in Italia, pur trattandosi del Paese con la più alta corruzione percepita, la fiducia nel governo è superiore al 30% e anche se in calo, rimane tuttavia superiore a quella di Grecia, Portogallo, Spagna e Slovenia.

E’ risaputo, le radici dell’Italia attuale risiedono nell’impronta storica che da sempre ci vede protagonisti di quel perverso contenitore, in cui la parola corruzione, mafia, politica e censura per quel che concerne la “libertà di espressione”- che ci vede al 73° posto –  vanno di pari passo. Sinergicamente, semanticamente legate e inscindibili da quell’etimologia distinta dei termini, ma che tuttavia sembra accomunarli tutti all’interno di un’unica, nitida, immagine. Si tratta di un’immagine esatta, ma che non va scordata viva anche in contesti privati: il proprio fracassare per convenienza l’idea in cui si è creduto, l’accomodarsi con lo scalpello un vantaggio furbo, il pattuire bestialmente evasioni o raggiri va a spaccare la propria indole, la propria vocazione di onestà, lasciando solo da accomodare i cocci dei valori rimasti, un po’ alla “come torna meglio”. Alla rinfusa, correndo ai ripari, un po’ come si può o non può fare, ma sempre col sorriso sulla faccia, quasi tutto questo fosse un vanto. Un fiducioso, ma terribile segno caratteristico di un paese straordinario, a metà tra la “grande bellezza” e “la grande bruttezza”. La domanda ore è: “Ma tutto questo, cambierà mai?”

di Giuseppe Papalia

 

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