Siamo nel trentennio della crisi anti-globalizzazione

Finita la guerra dei 30 anni (1914-1945, con un po’ di sforamento), finiti i 30 anni gloriosi successivi ed i 30 anni seguenti, della globalizzazione, siamo ormai nel pieno dei 30 anni della crisi. E la crisi sta, finalmente, facendo comprendere che la globalizzazione non era la panacea di tutti i mali, come era stato raccontato, ma la fonte della crisi successiva. Inevitabile. Così, non appena gli Usa hanno imposto il trattato di libero commercio ad alcuni Paesi del Pacifico, sono immediatamente iniziate le proteste. E sono iniziate proprio negli USA. Anche perché nei Paesi partner si è accuratamente evitato di spiegare i problemi colossali che nasceranno dopo la ratifica del trattato. Ma non è che in Europa si racconti molto di più sulle conseguenze del trattato in preparazione sul fronte atlantico. Carni agli estrogeni, Pmi strangolate dalle multinazionali, giudizio sui contrasti affidato ai tribunali americani. C’è anche un altro aspetto su cui si sta sorvolando. Molti economisti si sono accorti che il mercato globale non cresce più come previsto da loro. Le transazioni internazionali frenano e crescono i Paesi che puntano al rilancio dei mercati interni. Ciò non significa, ovviamente, che si torni all’autarchia o che l’export sia destinato a crollare. Ma, semplicemente, che di solo export non si vive e, anzi, si muore. Riportare a 3mila euro la soglia degli acquisti in contante in Italia non è solo l’ennesima furbata del bugiardissimo per conquistare potenziali evasori. E’ la risposta ad un cambiamento economico mondiale, questo sì globale. Peccato che il bugiardissimo non possa spiegarlo, perché non sarebbe politicamente corretto. Perché significherebbe negare la globalizzazione nel suo insieme, comprese le invasioni favorite da questo governo. Meglio far credere che il rilancio dei consumi interni sia solo una furbata, ci sono meno rischi.

Augusto Grandi

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