Le infinite ragioni di Spalletti sul Fair Play Finanziario

In una conferenza stampa più che atipicaSpalletti ha de facto chiuso il mercato dell’Inter. I tifosi già sognavano dopo i tanti titoli dei maggiori quotidiani sportivi: chi accostava Mkhitaryan, chi Ramires, chi Pastore e via discorrendo.
Nulla di tutto ciò: l’Inter non ha, parola del mister, un budget di 30-40 milioni necessari per acquistare quei giocatori. Non solo: quei giocatori non sono la priorità visto che ci sono solo tre difensori centrali e va bene che i nerazzurri non hanno le coppe – nemmeno la Coppa Italia – ma in caso di infortunio di uno tra MirandaSkriniarRanocchia iniziano subito le difficoltà.
Il motivo di queste ristrettezze economiche? Il Fair Play Finanziario. Questo sistema, imposto nel 2009 dalla UEFA ai suoi club, è teso a favorire un auto-sostentamento dei club che invece troppo spesso erano intenti a fare debito. I “maligni” – ma forse neanche troppo – pensano che questo provvedimento sia stato preso dopo la campagna acquisti del Real Madrid dell’estate 2009 appunto, quando Cristiano Ronaldo passò ai Blancos per 94 milioni.
Una cifra esorbitante che sembrava destinata ad essere la spesa più imponente della storia del calcio, dato appunto questo sistema di contenimento dei debiti. Ovviamente non è andata così. Anzitutto il provvedimento è illiberale e limita la crescita di nuovi club: se un club non può spendere più di quanto ricava – o pensa di ricavare – saranno i club già forti a livello sportivo e di merchandising a trarne vantaggio.
Sembra infatti irreale che il Barcellona, o il Real Madrid o una qualsiasi delle squadre inglesi possa vendere in giocatori e in gadgets – oltre agli stadi, spesso di proprietà – meno di quanto speso nel calciomercato. Rendendo così i “ricchi” più ricchi e i “poveri” più poveri.
Altrettanto non è un caso che dal 2009 ad oggi solo 13 squadre sono riuscite ad accedere almeno alla semifinale, con il Real Madrid costantemente nelle prime quattro sin dalla stagione 2010-2011. La concorrenza si è dunque limitata ai soliti club che non fanno altro che spartirsi le Champions tra loro, aumentando i propri introiti e lasciando a secco altre squadre ambiziose che non riescono però a battere questi mostri sacri.
Non solo, il trasferimento di Ronaldo dal più costoso della storia nel 2009 è diventato oggi il quinto: davanti a lui ci sono Gareth Bale – al Real per 100 milioni – PogbaDembelé, giunti allo United e al Barcellona per 105 milioni ma soprattutto Neymar che con i suoi 222 milioni ha superato ogni record pensabile.
L’acquisto di Pogba venne ripagato in pochi giorni con la vendita delle magliette, per Neymar i parigini tenteranno di vincere la Champions League per appianare eventuali debiti. Ma in questo modo, come si può parlare di concorrenza? Come può una squadra come l’Inter che, negli ultimi anni, sta portando avanti strutture e settori giovanili – la Priamvera laureatasi campione d’Italia lo scorso anno, ad esempio – competere con certi colossi non avendo “30 o 40 milioni“?
Una soluzione alternativa al Fair Play Finanziario potrebbe invece essere l’introduzione del Salary Cap. La normativa, già vigente nella NBA, prevede che non ci sia limite di spesa per l’acquisto del cartellino di un giocatore: l’unico tetto massimo è quello degli ingaggi. Una squadra così non potrà possedere 24 stelle del calcio mondiale perché ovviamente sforerebbe il limite previsto dal Salary Cap. E questi giocatori potrebbe scegliere o di restare con stipendi più bassi, dimostrando così attaccamento alla maglia e ai trofei, oppure di cercare fortuna altrove prendendo il massimo dell’ingaggio.
Ma soprattutto, tutte le squadre con un minimo di budget e di pedigree potrebbero avere il loro campione. Rendendo la competizione più viva, più equilibrata ma soprattutto più bella. Che alla fine il bello del calcio è nel battere un avversario più forte di te, ma devi anche essere nella condizione di poterlo fare.