«La denatalità è un guaio serio». Parola di Financial Times

Una fissazione da conservatori, se non da fondamentalisti: così, fino a pochi anni fa, era considerato il tema dell’inverno demografico. Per questo ho trovato particolarmente istruttiva la lettura di We should not be too sanguine about a shrinking population, un pezzo del Financial Times a firma di Sarah O’Connor, editorialista della mitica testata britannica. Sì, perché, posto che è già illuminante il FT – giornale di eccellenza, sul piano internazionale – si occupi del fenomeno delle culle vuote, ancor più rilevante è che, a farlo, sia una giornalista che non si limita a richiamare l’attenzione sul tema. Infila di brutto il dito nella piaga.

«Potremmo non essere in grado di riportare i tassi di fertilità ai livelli di sostituzione», denuncia infatti a O’Connor, «neppure se lo volessimo». Come a dire: non illudiamoci che politiche familiari, asili nido, immigrazione oppure occupazione femminile possano sollevarci da dove siamo. A seguire, viene richiamato il caso della Finlandia, Paese dal welfare eccellente ma che, col suo 1,4 figli per donna, sta messo male. «Speravamo che una vera uguaglianza di genere migliorasse le cose, invece..», afferma scuotendo il capo Anna Rotkirch del Finland’s Population Research Institute. Ma torniamo al Financial Times.

L’editoriale si conclude senza lasciare margini di speranza. La O’Connor si limita infatti a richiamare l’attenzione su chi dice di volere più figli ma poi non li genera: «Se tanti non stanno avendo figli che dicono di volere, è un segnale di cui dovremmo preoccuparci». Punto. Ricette? Antidoti? Rimedi? Curiosamente, il prestigioso economico-finanziario britannico non ne offre; il che potrebbe far pensare che il mondo sia destinato ad invecchiare e a spopolarsi inesorabilmente. In realtà, non è così. Solo che probabilmente il Financial Times non vuole o non può tracciare vie d’uscita alla denatalità. Per un motivo semplice: per farlo, bisogna guardarsi indietro.

Di più: bisogna rivalutare due cose che la cultura dominante avversa. Il primo è il matrimonio: più nozze uguale più figli. L’ha capito il cattivone Orbán, dato che, se l’Ungheria sta tornando a riempire le sue culle, è proprio per l’aumento dei matrimoni: dal 2009 al 2019 le nozze ungheresi son aumentate dell’81%, e del 72% dal 2014 al 2019. Peccato che l’Europa dei “nuovi diritti” al matrimonio vintage pensi poco. Il secondo antidoto alle culle vuote, poi, è ancora più clamoroso: si chiama religione. I Paesi meno secolarizzati sono quelli demograficamente più dinamici. Capite che questo il Financial Times non può scriverlo. Ma che inizi ad accorgersi che la denatalità è un guaio serio, ecco, è già qualcosa.

Giuliano Guzzo