Perché l’«eutanasia legale» sarebbe un errore

Dato il successo che pare stia avendo la raccolta di firme pro referendum per l’eutanasia legale, desidero brevemente evidenziare perché la «dolce morte» di Stato sarebbe un errore, se non un orrore. Premetto che quanto espongo prescinde da valutazioni di ordine religioso o giuridico, riguardando per lo più le accertate conseguenze che comporta una legislazione come quella che si vorrebbe introdurre, conseguenze che raramente i promotori dell’eutanasia raccontano.

Infatti, uno dei principali argomenti pro «dolce morte» è il seguente: riconoscere il diritto di morire non toglie nulla a nessuno, rende solo tutti più liberi. Sbagliato: l’esperienza internazionale prova che ovunque l’eutanasia sia stata legalizzata, essa ha decretato non una libertà, bensì una tendenza: di morte. Dal 2002 al 2019, in Olanda, le morti assistite sono cresciute del 240%, in Belgio dal 2003 al 2019 di oltre il 1.000%, in Canada in appena quattro anni, dal 2016 al 2020, di oltre il 665%. Ovunque un boom, insomma.

Ora, possiamo escludere che queste impennate di morti, più che a sofferenze dei pazienti, rispecchino una mentalità utilitarista che, in sintesi, va a colpevolizzare il malato facendolo sentire un costo sociale, quindi un peso? Difficile. Si prenda il citato Canada dove, ancora nel 2017, sul Canadian Medical Association Journal si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche del «diritto di morire». Quanto accade (anche) in quel Paese prova che quell’auspicata spending review si sta avverando….

Attenzione, però, perché si è visto pure altro: dove la «dolce morte» è legale, la situazione va fuori controllo ed aumentano anche i suicidi. Parola di Theo Boer, bioeticista, docente presso l’Università di Groningen: «Come molti sostenitori della morte assistita, credevo che fosse possibile regolamentare e limitare l’uccisione agli adulti mentalmente lucidi e malati terminali con meno di sei mesi di vita. Ho anche pensato che regolamentare il suicidio e la morte in questo modo avrebbe ridotto quei tragici casi in cui qualcuno mette fine alla propria vita».

Invece, conclude Boer, che dell’argomento ne capisce essendo stato anche membro della commissione sull’Eutanasia in Olanda, «mi sbagliavo […] Non solo questo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Non è finita. La macabra tendenza il «diritto di morire» comporta, oltre che dai numeri, è infatti provata dalle incredibili storie di chi decide di farla finita. Nel maggio 2018, per esempio, uscì notizia che un anziano professore, tal David Goodall, si era fatto uccidere in Svizzera solo perché scontento («non sono felice, voglio morire»).

Ancora, quattro anni prima di Goodall,, sempre in Svizzera, la signora Anne, un’insegnante in pensione, si era fatta uccidere «perché non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food» (Repubblica, 7.4.2014). Un altro caso che fa pensare, e raccontato un paio di anni fa anche da alcune testate italiane, è quello di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, disturbo neurovegetativo che si manifesta nella progressiva scoordinazione motoria di braccia e gambe.

Ebbene, l’uomo si era trovato davanti ad un tragico bivio: pagare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale ed il governo dell’Ontario, producendo pure due registrazioni audio (una del settembre 2017, l’altra del gennaio 2018) nelle quali il personale dell’ospedale cercava ripetutamente di spingerlo a farsi uccidere. Dunque la domanda è: vogliamo questo? Un Paese si proponga di farla finita anziché curarsi? Oppure dove si possa arrivare, nel giro di poco, a farsi terminare per qualsiasi ragione, anche puramente umorale?

Se vogliamo questo, affrettiamoci a firmare per l’eutanasia legale. Se però queste storie non ci convincono, abbiamo il dovere non solo di non appoggiare un referendum di morte, ma anche di metter in guarda i nostri conoscenti sulle implicazioni di questa piaga mortifera che è la «dolce morte». Le esperienze di tanti Paesi – qui solo in parte ricordate – e le storie di persone eliminate più dal clima culturale che avevano attorno, che dal dolore che avevano dentro e di cui soffrivano, sono qualcosa di troppo tangibile e reale per essere ignorato. Nessuno potrà dire che non era stato avvertito.

Giuliano Guzzo