Le vere cause del disboscamento e perché l’industria della carta “salverà” le foreste

Quante volte, nei “bla bla bla” ambientalisti si è parlato di carta riciclata come panacea di tutti i mali e del disboscamento come demonio assoluto da combattere senza se e senza ma? Eppure, come per molti dei temi ambientali trattati anche al G20 e al COP26 di questi giorni, le riflessioni da fare sono – andreottianamente parlando – “un po’ più complesse”.

Secondo le statistiche FAO, infatti, solo una percentuale compresa tra l’11 e il 12% del legno tagliato trova applicazione diretta nell’industria della carta e va anche considerata la provenienza di questo legname. Il 94% della carta utilizzata nel 2007, per esempio – ma il trend si conferma tuttora – viene prodotto in Europa, la cui superficie boschiva è pari al 44% del territorio complessivo e prevede nella quasi totalità dei casi un piano di gestione del ciclo di piantumazione.

Le foreste europee negli anni sono cresciute costantemente, andando addirittura a compensare – anche se in minima parte – la parte di Foresta Amazzonica andata perduta. Tutto questo grazie alla carta riciclata? Sì ma non solo: la carta riciclata sta infatti avendo un notevole exploit grazie agli imballaggi, basti pensare alle spedizioni e-commerce di colossi come Amazon che inviano solo tramite scatole di cartoncino che, non necessitando di alta rifinitura della carta, può essere ricavato dalla carta riciclata.

Quindi la carta stampata ex-novo per libri e giornali inquina“, potrebbe dire qualcuno. Ancora una volta no, non solo per i motivi già sopra esposti riguardo alla necessità di tagliare alberi da foreste controllate e destinate alla carta, ma anche perché parliamo di un prodotto a bassissimo impatto ambientale, realizzato con regole ferree – almeno in Europa – dal punto di vista dell’uso degli inchiostri e del consumo energetico e con una strategia di recupero dell’acqua che consente di utilizzare acqua di riciclo fino al 90%. Da smentire anche la versione per cui sarebbe preferibile per l’ambiente un quotidiano online rispetto a un cartaceo: al netto del minor consumo di carta, infatti, va considerato lo smaltimento delle batterie al litio di qualsiasi supporto informatico che usiamo comunemente, dal computer allo smartphone.

Da cosa deriva allora la deforestazione? Secondo le stime FAO, per il 90% da pratiche agricole non sostenibili, principalmente per produrre caffè, cacao, gomma, olio e soprattutto soia. Queste coltivazioni, però, da anni stanno cercando di ridurre il loro impatto ambientale, all’infuori della soia, mentre chi non riesce a ridurre il trend è l’allevamento. Per ottenere superfici destinate ai pascoli, in 15 anni sono stati abbattuti – secondo il World Resource Institute e il Global Forest Watch45 milioni di ettari di boschi, una superfice grande quanto il Camerun e poco meno della Svezia o della Spagna.

Va poi considerata la distribuzione geografica del disboscamento ai fini dell’allevamento: se in Europa e in Nord America la percentuale di foreste sostituite da allevamenti si aggira tra lo 0 e l’1%, in Sudamerica e in particolar modo in Brasile si aggira tra il 3 e il 10%, con picchi superiori al 13%. Un problema, quello brasiliano, reso ancor più grave dalla presenza della Foresta Amazzonica, a lungo definita “il polmone del mondo” che è in via di spegnimento. Uno spegnimento da contestualizzare: al netto delle tante polemiche che accompagnano l’attuale Presidente Jair Bolsonaro e un suo sostanziale disinteressamento verbale al problema, va detto che nei primi due anni della sua presidenza la diminuzione in percentuale della Foresta Amazzonica rimanente è rimasta stabile al -0,2% nel 2019 e nel 2020, con addirittura una riduzione della superfice disboscata dai 9.700 km2 del 2019 agli 8.400 km2 del 2020. Cifre comunque lontanissime dai picchi registrati sotto Cardoso con 29.000 km2 nel 1995, o negli anni di Lula con 27.400 km2 nel 2004. Negli otto anni di presidenza Lula – che oggi si propone come principale sfidante di Bolsonaro – sono andati distrutti 123.589 km2 per una media di 15.448 km2 all’anno, contro i 9.094 km2 di media annua con Bolsonaro.

Quali sono allora le strategie messe in campo dai grandi del mondo al COP26 per ridurre la deforestazione? Molteplici, ma scarsamente praticabili. Un gruppo di 100 Paesi ha proposto di mettere fine alla deforestazione nel 2030, ovvero in poco più di otto anni. Un bel proposito, ma che cozza con la realtà: innanzitutto il progetto scaturito dal G20 di piantare mille miliardi di alberi fino al 2030 è irrealistico perché significherebbe piantare 289 milioni di alberi al giorno, più di un milione al giorno in ogni stato del mondo; in secondo luogo, ma ancor più rilevante, se il budget destinato dal COP26 alla lotta alla deforestazione è di 19 miliardi di dollari mentre quello a sostegno dell’agricoltura è di 540 miliardi di dollari probabilmente le foreste risultano poi non così importanti.

A prescindere dalle decisioni più o meno realistiche dei grandi paesi del mondo, i dati riportati ci confermano ancora una volta una cosa importante e che dovrebbe essere un vanto dell’essere europei: la qualità dei nostri prodotti alimentari, la sostenibilità delle nostre imprese e la capacità di rigenerare materie prime e soddisfare il fabbisogno è invidiata in tutto il mondo. Cominciare a mangiare europeo e soprattutto a leggere e sostenere l’editoria europea sarebbe un’ottima soluzione per fermare i cambiamenti climatici, senza troppi “bla bla bla”.

Riccardo Ficara Pigini

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Laureato in Scienze Storiche e Giornalista pubblicista dal 2021. Collabora col Secolo Trentino dal 2014, occupandosi di cultura, società e politica.