Il 20 agosto 2015: quando l’ISIS distrusse Palmyra

Cosa rimane di un momento di shock collettivo, simbolo di un decennio

La situazione della Siria nel gennaio 2015. Fonte: al Jazeera

Il 20 agosto del 2015 l’ISIS commetteva uno degli atti più barbari della sua pur breve storia: la distruzione del sito UNESCO di Palmyra, già conquistata nell’offensiva a maggio 2015. 

Dopo i bombardamenti americani, i vuoti di potere lasciati dalle forze del governo Assad avevano favorito un’offensiva blitz in Siria e in Iraq; fu per l’Isis un periodo di massima espansione, dopo due anni di organizzazione e raccolta di finanziamenti internazionali.

Oltre a un forte impatto mediatico, con la regia di video shock e la redazione di Dabiq – la rivista di lifestyle tradotta in inglese, in tedesco e in francese che ebbe larghissima diffusione anche in Europa – l’ISIS consolidava il suo potere mettendo in piedi un apparato burocratico, completo di documenti d’identità e sussidi alle famiglie e alle vedove. Tutto ciò permise un suo attecchimento anche nelle “hearts and minds” della società civile rurale che vedeva l’afflusso di soldati estranei, tra i quali Occidentali che non parlavano nemmeno l’arabo, provenienti da alcune parti della società radicalizzata europea, cui si attingeva largamente per il reclutamento, la diffusione dei materiali propagandistici, e la protezione delle cellule europee. 

L’atto di distruzione di un’identità pre-islamica del Paese levantino era parte di una precisa strategia e alimentò l’idea che l’ISIS era arrivata ad attaccare il cuore dell’Occidente, geograficamente e culturalmente. Ma ebbe anche fortissima risonanza in Russia, dove il terrorismo islamico è fonte di instabilità sui confini dagli anni Novanta.

La distruzione di Palmyra era tipica della strategia di guerra di un ISIS che, battendo in ritirata a nord della Siria sul fronte turco e avendo perso la battaglia di al-Hasakah con le forze curde e governative, attaccava subito altrove. La situazione portò alla richiesta da parte di Assad dell’intervento russo alla fine dell’estate; intervento inizialmente indipendente dalle forze siriane che permise la riconquista di una larga parte di territorio centrale del Paese, mentre l’ISIS continuava a costruirsi dei corridoi anche oltre il confine siriano, resistendo così altri tre anni. 

La distribuzione e l’influenza dell’ISIS nelle aree tra Iraq e Siria. Fonte: The Times

Gli americani dovettero però cambiar strategia dopo che i bombardamenti condotti nell’autunno 2014 in concomitanza con Bahrain, Giordania, Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita avevano raggiunto l’esatto contrario dell’obiettivo militare prepostosi dalla coalizione, la distruzione dell’ISIS, e si affidarono ai curdi da una parte e ai turchi dall’altra per mantenere voce in capitolo al tavolo delle trattative.

A sette anni di distanza, la Siria rimane una delle grandi sconfitte della talassocrazia americana, uno di una lunga serie di fallimenti a seguito delle Primavere: il costo in termini mediatici ed economici del tentato regime change in Siria si avvisano anche oggi, con Russia e Turchia che hanno acquistato credibilità come interlocutori internazionali. Ma la distruzione di Palmyra, parallelamente agli eventi in Yemen, ha segnato anche una frattura nelle coalizioni che all’inizio della guerra si erano mosse in maniera compatta sotto la guida americana, fra tutti il Qatar e proprio la Russia.