Pensieri in Libertà

Peronista a chi? L’assurdo dibattito dei media italiani terrorizzati dalle parole

Reinhold Messner? Un dilettante rispetto alla capacità di arrampicarsi sui vetri messa in mostra da Corriere, Riformista e Busiarda (La Stampa) che si sono cimentati in un’analisi del peronismo per confrontarlo con le posizioni della destra fluida italiana. Qualcuno, sul Riformista,  ha provato ad avvicinarsi ad una narrazione che rispettasse la realtà. Ma c’era sempre un elemento a frenare tutto, a bloccare la conclusione inevitabile. Così i climbers del giornalismo italico hanno dovuto ripiegare sulla definizione più facile: il peronismo come realizzazione del populismo.

Il problema, per i chierici del pensiero unico obbligatorio, è che il peronismo ha continuato ad avere successo anche dopo la morte di Evita, anche con Peron in esilio, anche dopo il ritorno e la quasi immediata scomparsa del General. Ed allora bisognava trovare delle spiegazioni che potessero andar bene anche per l’intellighentia gauchista di Capalbio e Cortina. Dunque, secondo i chierici, Peron era un po’ di destra e un po’ di sinistra. Ambiguo, secondo loro.

E invece no. Semplicemente Peron, che era stato a lungo a Roma prima della guerra, aveva replicato il fascismo italiano in versione argentina. Dunque con elementi sociali e nazionali. Di fatto l’unico esempio di fascismo realizzato al di fuori dell’Italia. Non a caso l’Argentina aveva accolto fascisti italiani e nazionalsocialisti tedeschi in fuga dalle repressioni post belliche. Quello di Peron era il “fascismo immenso e rosso”, così definito da Brasillach. Era una dottrina sociale che rispondeva alle richieste dei descamisados. Era la risposta nazionale ed internazionale contro le interferenze di Washington in America Latina.

Piuttosto stupido ridurre il peronismo alle categorie italiane di destra e sinistra. Perché proprio il fascismo aveva al suo interno, contemporaneamente, elementi che vengono definiti di destra ed altri di sinistra. Con prevalenza degli uni o degli altri a seconda del momento.

Rimanendo legati a definizioni vecchie e superate diventa difficile spiegare perché un Peron di sinistra avrebbe scelto come Paese dove vivere in esilio proprio la Spagna franchista (che non era fascista, come non lo era il Portogallo di Salazar o la Germania hitleriana); o, al contrario, perché un Peron di destra sarebbe stato mandato in esilio da un colpo di stato organizzato dalle destre (immancabilmente atlantiste) con l’appoggio della chiesa locale. Con le logiche dei climbers dei giornali italiani non si spiega il rapporto tra Peron e Che Guevara. Eppure basterebbe ricordare la passione peronista di Terza Posizione per aiutare i chierici a comprendere qualcosa.

Comprendere, ad esempio, che la destra fluida a trazione crosettiana non ha nulla da spartire con il peronismo. Forse con la degenerazione di Menem, finto peronista e vero liberista. Ma Menem stava a Peron come De Benedetti a Marx. E, in ogni caso, l’abiura del circolo della Garbatella ha fatto piazza pulita anche del peronismo autentico.

Augusto Grandi

Riguardo l'autore

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Augusto Grandi, giornalista professionista. Corrispondente del Sole 24 Ore. Premio St.Vincent di giornalismo nel 1997.

Ha pubblicato libri di saggistica e di narrativa. Tra i primi "Sistema Torino", "Sistema Piemonte", "Lassù i primi, la montagna che vince" (Premio Acqui Ambiente), "Eroi e cialtroni, 150 anni di controstoria", "Il Grigiocrate Mario Monti". Per la narrativa "Un galeone tra i monti", "Baci e bastonate" (premio Anguillarino), "Razz, politici d’azzardo".

È membro della giuria del premio Acqui Storia.

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