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L'inchiesta

L’inchiesta: dalla società anarchica alla società organica

La società anarchica

Tutti noi sappiamo, per averlo sentito nominare spesso, circa l’esistenza di un organismo internazionale che si chiama O.N.U. (Organizzazione delle Nazioni Unite). Vista la situazione mondiale, apparirebbe che questo organismo serva ben a poco. Incomincio così, da subito, ad analizzare il possibile beneficio ottenibile da una modifica del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (l’organo ufficiale che vigila sulla pace tra Stati) connessa ad una maggiore vigilanza internazionale secondo l’ispirazione dei principi diplomatici che portarono gli Stati a crearlo.

In Europa esattamente un secolo fa, nel primo decennio del 1900, incominciavano a diffondersi movimenti economici che glorificavano la guerra come sola igiene del mondo e che volevano smuovere la recessione economica di allora con un caldo bagno di sangue perché la guerra era considerata come un costruttivo e non disprezzabile metodo per esercitare la volontà d’arricchirsi, anche se l’ultimo da considerare. Da quei tempi in poi sono progredite organizzazioni multilaterali per prevenire i disastri delle guerre mondiali conseguiti da una siffatta logica e la volontà di risolvere le controversie economiche senza l’uso delle armi è divenuta più forte rispetto un tempo anche perché, oggigiorno, c’è una maggiore coscienza sul concetto insegnato dalla vittoria di Pirro, re dell’Epiro (attuale Albania), ottenuta a Taranto nel 280 a.C: una vittoria di Pirro è un detto per indicare che, anche in caso di vittoria, i costi della guerra sono così alti da rendere inutili e persino dannosi i benefici ottenuti dalla resa dell’avversario. Dal secolo scorso infatti le armi sono divenute terribilmente più potenti rispetto ai tempi in cui erano la spada e la baionetta a regolare le controversie umane, così che i danni al pianeta e alle società sono catastrofici quando il nostro moderno sapere tecnologico viene applicato per la distruzione di massa.

Tuttavia, in questo inizio di millennio, la guerra è sotto gli occhi di tutti ed è un pericolo nascosto che ancora minaccia di divampare perché sussistono sempre questioni materiali e/o culturali che, oltre a dividere le persone, dividono anche gli Stati, persone fittizie con diritti e doveri, che si comportano alla stessa maniera a livello internazionale di una tribù. Anche se la visione realista che considera gli Stati come semplici persone è incompleta, perché non considera attori economici, multiculturalisti, organizzazioni non governative, terroristiche e altre realtà che mischiano i colori di una nazione e del loro Stato di appartenenza con colori di altre appartenenze, sono gli Stati ad essere sovrani nel loro territorio e ad essere in possesso del monopolio legittimo della forza armata in un contesto internazionale definibile come società anarchica.

Dopo l’ultima guerra di tipo costituente, la Seconda Guerra Mondiale (che ha modellato i rapporti internazionali nel periodo post-conflitto), gli Stati hanno codificato principi giuridici e morali in norme comuni di livello nazionale, bilaterale e multilaterale, giungendo persino a creare organizzazioni internazionali (strutture indipendenti create sul volere degli Stati) per disciplinare in maniera imparziale e rispettosa dei diritti universali i tanti aspetti che legano gli Stati: alimentari, commerciali, etnici, militari, eccetera eccetera. I rapporti tra Stati quindi non sono selvaggi perché poggiano su “regole comuni” come in ogni società, ma la società internazionale rimane in fondo anarchica (termine, dal greco aν-άρχη, che significa “senza signoria, regno, governo”) perché queste persone fittizie, come decidono di legarsi a questi valori e contratti a loro sovrastanti, così sono sempre loro che decidono se e quanto applicarli: tutti questi legami che civilizzano i rapporti riposano sul libero arbitrio statale, come inevitabilmente sarà sempre anche per i rapporti tra persone umane, ma a livello interstatale si difetta di un’autorità autonoma superiore agli Stati, legittima, imparziale e riconosciuta da tutti, in grado di “dare a ciascuno ciò che si merita” (concetto aristotelico di giustizia).

La società è anarchica perché, nonostante le regole create dagli Stati per civilizzare i propri rapporti, manca un concreto governo di riferimento a cui appellarsi nei casi in cui il rispetto delle regole è violato e uno o più Stati pretendono giustizia. In assenza di una autorità superiore che indirizzi, sanzioni e costringa gli Stati al volere delle logiche contrattuali e al rispetto dei doveri connessi ai diritti universali, la pace riposa solo sul volere degli Stati, sulla loro buona volontà creatasi in reazione agli atroci crimini delle guerre mondiali e su studi logici di causa-effetto in relazione al parere e alla reazione degli altri Stati a seguito delle violazioni delle regole contrattuali (e perciò sulla paura).

Che la volontà della pace risieda nella volontà degli Stati stessi, è dimostrabile dall’organo specifico che garantisce l’ordine mondiale e che è parte delle Nazioni Unite, l’organizzazione sorta nel 1945 per volontà degli Stati, in nome di principi radunati nella Carta Atlantica del 1941 e nella Carta dei Diritti Umani del 1948.

Il Consiglio di sicurezza è, secondo statuto ONU, il principale organo responsabile per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale: esso formula “inviti” ai governi per prevenire disordini internazionali, adotta misure come l’isolamento diplomatico e la ritorsione economica per punire uno Stato e, per rendere più efficace la sua azione di polizia internazionale, può anche adottare misure implicanti la forza militare contro uno Stato, colpevole di aggressione o che minaccia di violare la pace, o per agire in uno Stato nel quale sia presente una guerra civile.

Il Consiglio di sicurezza è formato da quindici Stati, di cui cinque (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti) sono membri permanenti e con “diritto di veto” sulle risoluzioni dell’organo, mentre gli altri dieci rappresentanti vengono eletti dall’Assemblea Generale (che riunisce i governi di tutto il mondo) con un mandato di due anni e il loro diniego non impedisce al Consiglio di operare.

Formalmente una élite di Stati gestisce la società internazionale in nome dei diritti universali: un governo garante dell’ordine dunque in una certa maniera esiste, ma è debole e immaginario, perché il potere rimane sempre in mano agli Stati stessi e in particolare ad alcuni, speciali e forti, che hanno avuto un peso decisivo nell’ultima guerra costituente.

Anche se gli Stati dopo la seconda guerra mondiale hanno dichiarato di voler utilizzare la propria forza armata solo per difendersi (perché quando si è costretti, lottare fino ad uccidere è come respirare in quanto permette di sopravvivere), l’organo interstatale che gestisce la sicurezza ha avuto ed ha notevoli difficoltà a svolgere in maniera efficace il suo delicato ruolo di pacificatore. Il Consiglio di sicurezza non ha potuto sottrarsi dalla disciplina di aspetti globali che vanno oltre al concetto dell’autodifesa e alla semplice punizione delle invasioni di confine: difatti, per mantenere pace ed ordine, le competenze si richiamano inevitabilmente ad un più ampio concetto di sicurezza che include la garanzia dei diritti umani in un territorio e l’evitare disagi interni dalle possibili ripercussioni internazionali. Faccende delicate che si muovono in un groviglio di interessi opposti e che han fatto sviluppare dettagli normativi, già analizzati in tempi passati in numerose culture, per capire come applicare l’ultima ratio regum, la guerra, in maniera giusta.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite è fondamentale perché è l’istituzionalizzarsi di un messaggio evangelico che vuole tutelare le nazioni e i loro rapporti senza il ricorso al conflitto armato: il successo della guerra del 1991 per punire l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq è stato un segno tangibile delle possibilità offerte da un Consiglio di sicurezza coeso, senza contare comunque che l’ONU è la piazza d’incontro per decidere come agevolare la risoluzione di conflitti intra ed inter statali, il che ha portato a numerose risoluzioni dal buon esito: le operazioni di peacekeeping, gestite dal Segretario generale con contingenti forniti volontariamente dalle forze armate degli Stati membri di tutti i continenti hanno lenito i disastri della guerra nelle tensioni palestinesi (1948), tra India e Pakistan (1949), di Suez (1956), del Congo (1960) e in numerosi altri interventi, lunghi da elencare, che forniscono una soddisfacente esperienza per un’inedita forma di “condurre la guerra”, sia per mezzi che per fine.

Però è sempre e soprattutto il singolo Stato, a seconda della sua buona volontà e delle previsioni strategiche, a decidere come meglio crede sulla propria difesa e sui mezzi con cui esercitare il proprio potere a livello internazionale; così si continua ad assistere a parate militari per ufficializzare la propria potenza armata, alla proliferazione d’armi atomiche, a corse d’armamenti per difendersi, a proteste contro i governi e ad invasioni territoriali, e questo dimostra che la serena possibilità di convivere senza stare sulle difensive è impossibilitata dalla paura che hanno gli Stati, singoli o a gruppi.

Le tensioni, interne e/o internazionali, affiorano sempre e a volte non si risolvono pur se coperte da un sistema istituzionalizzato per garantire la pace. Il problema del Consiglio è che i cinque Stati, divenuti membri con diritto di veto avendo vinto la Seconda Guerra Mondiale, la guerra costituente le Nazioni Unite, devono decidere le azioni all’unanimità, ma essi sono spesso divisi da opposti interessi difficilmente conciliabili: per esempio, considerando l’epoca cominciata dal crollo del muro di Berlino nel 1989, è accaduto che dei disordini internazionali con crimini umanitari sono considerati giusti e convenienti da un membro con diritto di veto ed allora, con il Consiglio bloccato, l’intervento dell’ONU può essere solo di aiuto non armato per tamponare le ferite della guerra (problema ex-Jugoslavia per rivendicazioni di uno Stato d’etnia serba nel 1992), oppure il suo intervento militare viene scavalcato per motivi umanitari da organizzazioni regionali (problema Kosovo nel 1999, in cui è stata la NATO ad intervenire militarmente senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza); oppure è accaduto che una grave tragedia è stata ignorata perché svoltasi fuori dalle zone economiche strategiche (genocidio dell’etnia tutsi in Ruanda nel 1994); infine è successo anche che una questione ha più interesse per un membro permanente piuttosto che per un altro ed allora decide di usare da solo la propria forza (guerra contro l’Iraq nel 2003, conflitto non autorizzato dal Consiglio di sicurezza e dal casus belli ingiustificato).

Chi vorrebbe il Consiglio di sicurezza come un super Stato in grado d’essere il legittimo “poliziotto globale” non può vedere realizzarsi il sogno di una solida pace internazionale fintantoché l’apparato istituzionale creato non è altro che lo specchio che riproduce in scala minore le tensioni che, soprattutto nelle gravi difficoltà, dividono i paesi.

Numerose sono state le proposte per far evolvere il Consiglio di sicurezza allo scopo di prevenire quei conflitti sfuggiti al suo controllo e di garantire maggiore sicurezza a livello internazionale, proposte per lo più indirizzate ad abolire il diritto di veto, ad aumentare i membri del Consiglio permanenti e a rinvigorire il peso decisionale del Segretario generale dell’ONU, il più alto funzionario dell’organizzazione che per statuto partecipa sia all’Assemblea sia al Consiglio di sicurezza per poter esporre le tematiche a suo parere più rilevanti e che ha assunto progressivamente maggiori poteri nel tempo gestendo le operazioni di peacekeeping. Anche allargare il G8 (oggi divenuto G7 con l’esclusione della Russia in seguito alle sanzioni economiche emessa nei suoi confronti per il sostegno alla separazione di alcune regioni dell’Ucraina, vedi il Donbass, e l’annessione della Crimea) , vertice governativo che raduna periodicamente Canada, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Italia, Russia e Stati Uniti, è una soluzione proposta per garantire un ordine mondiale multipolare perché nel raduno dei paesi industrializzati vengono toccate così ampie ed importanti questioni che la soluzione di far coinvolgere altri paesi divenuti potenti, come Brasile, Cina, India e Sudafrica, sembra un’altra via percorribile per scavalcare l’impasse dell’organo delle Nazioni Unite.

Nonostante ogni proposta di riforma del Consiglio sia potenzialmente valida per aumentarne l’efficacia, per ora è una ristretta élite di Stati a gestire l’ordine mondiale e sono sempre i rapporti di forza a risolvere le questioni, con il rischio che i paesi minori non siano adeguatamente considerati nelle decisioni importanti.

Nella società anarchica, dove manca un concreto vertice riconosciuto ed imparziale, il capo di riferimento a livello internazionale tra tutti i vari centri di potere rimane allora in sostanza, più o meno legittimamente, come al solito soprattutto chi ha avuto un ruolo vincente e fondamentale nell’ultima guerra (calda e anche fredda): gli Stati Uniti, il cui unipolarismo militare però è ora uguagliato dalla Cina, mentre la sua potenza morale, finanziaria e commerciale viene condivisa con altri poli.

Il merito degli Stati Uniti è stato quello di credere che l’istituzionalizzazione dei rapporti multilaterali fosse il metodo migliore per garantire la pace tra Stati (perché ogni ordine politico deve essere democratico per poter durare) ed ha contribuito in maniera rilevante alla promulgazione della Carta dei Diritti Umani (redatta radunando esponenti di ogni cultura laica, religiosa ed atea del mondo e contente principi universalmente validi per una giusta linea politica), ma il “nuovo ordine internazionale” creatosi per merito di questo paese è stato scosso, soprattutto nel primo decennio del 2000, da certe decisioni unilaterali prese del paese stesso che ha trovato nelle organizzazioni internazionali solo uno scomodo ostacolo da superare: da qui il concetto della “Coalition of willing” (guerra contro l’Afganistan del 2001 e contro l’Iraq nel 2003, svolte senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza), motivato dallo stato d’emergenza perenne in cui gli Stati Uniti dichiarano d’essere per combattere il terrorismo globale di matrice islamica. Al-Qāʿida (in arabo: القاعدة‎, al-qāʿida, “la Base”, italianizzata spesso in Al-Qāʿida oppure, seguendo la grafia inglese, Al Qaeda) fu autrice del dirottamento di quattro aerei di linea, fatti schiantare l’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle del World Trade Center di Manhattan e sul Pentagono presso Washington, causando la morte di 2977 persone (più 19 dirottatori) e il ferimento di oltre 6 000 (negli anni successivi, altre persone sono morte a causa di tumori o malattie respiratorie causate dagli attentati). Osāma bin Lāden stesso rivendico’ la responsabilità di al-Qāʿida solo nel marzo del 2002, pur lodando gli esecutori dell’attentato già nell’ottobre del 2001. Altrettanto gravi – seppur con un numero di vittime alquanto minore – sono stati gli attentati di Bali del 2002 (per opera del gruppo Jamāʿa Islāmiyya, affiliato ad al-Qāʿida), gli attentati ai treni nella stazione di Atocha di Madrid dell’11 marzo 2004 (compiuti da un’altra cellula terroristica ispirata ad al-Qāʿida), gli attentati nel tube di Londra del 7 luglio 2005 e pochi giorni dopo, il 23 luglio 2005, nell’egiziana località turistica di Sharm el-Sheikh. Altri attacchi sono avvenuti negli ultimi mesi del 2005 in Giordania (Amman) e nuovamente in Indonesia (sempre nelle località turistiche di Bali) e nel 2009 in alcuni alberghi della capitale Giacarta. Il gruppo di al-Qāʿida, una delle sigle “armate” riferentesi all’organizzazione globalista musulmana “Fratelli Musulmani”, predica e organizza da tempo il cosiddetto “jihād islamico”, espressione giuridica che va però intesa come attuazione di attacchi terroristici condotti nei confronti di obiettivi occidentali, con l’obiettivo di porre fine all’influenza dei paesi occidentali sui paesi musulmani e con il fine di creare un nuovo califfato islamico. Lo stesso portato avanti, oggi, da Erdogan, presidente della Turchia e Fratello Musulmano.

Il terrorismo è una vile e deprecabile forma di guerra che colpisce la popolazione civile, e non può avere scusanti di nessun genere, neanche per ottenere rivendicazioni politiche quali quelle : per la colonizzazione, per il comportamento attuale delle aziende multinazionali che violano i diritti umani e per i danni ecologici e sociali causati da paesi stranieri allo scopo di sfruttare senza impedimenti le preziose risorse minerarie nei territori “non suoi” ( vedi in Africa) e per “combattere” un sistema politico; neanche il “terrorismo” di matrice islamica può avere scusanti, sia che venga perpetuato nei paesi occidentali o che lo sia praticato nei paesi musulmani. Anche la corruzione e l’inefficienza di alcuni governi locali hanno fatto germogliare l’odio e da tutte queste cause di rancore si intuisce che il terrorismo si radica in situazioni di estrema povertà ed ingiustizia: è soprattutto la disuguaglianza delle ricchezze a generare l’odio verso culture differenti da cui scaturisce la violenza della guerra.

L’attuale globalizzazione dei mercati, motivata anche dal voler rafforzare la cooperazione internazionale tramite l’interdipendenza commerciale, non riesce a sanare le disuguaglianze fintanto che il lucro alimenta aziende che assumono decisioni non democratiche e corrompono i governi ed alimenta produzioni e consumi insostenibili, come l’industria delle armi che tra l’altro trova nei paesi del Consiglio di sicurezza degli eccezionali compratori e venditori (il che si inserisce nel discorso sulla doppiezza delle relazioni internazionali trattata nel terzo capitolo). Il periodo di pace usato per armarsi meglio o per armare società divise, e così ulteriormente frammentate, non diminuisce la paura e ricorda il dividi et impera dell’Impero Romano e altre situazioni già vissute finite tragicamente.

Quindi la domanda che mi pongo e pongo a voi stessi che mi leggete è: come sia possibile modificare e rinnovare l’ordine mondiale ?

Prima di trattare su come sia possibile rinnovare l’ordine mondiale, bisogna precisare che un assetto internazionale pacifico, qualunque forma assuma, deve poggiarsi su una gestione sostenibile delle risorse per essere duraturo nel tempo: il sistema capitalistico si dovrebbe quindi evolvere secondo criteri di “sustainable business” affinché i processi di produzione e consumo si indirizzino in attività che non prevedano come unico fine solo l’accumulo di denaro, ma anche l’equità dell’accesso al consumo e l’armonia con la natura, così da rendere meno aspra la povertà e più equilibrato lo sfruttamento delle risorse e permettere uno sviluppo che distribuisce equamente le ricchezze prodotte alle generazioni presenti senza compromettere a quelle future la possibilità di goderne.

Se in questo secolo e millennio appena iniziato le guerre non avranno come oggetto del contendere l’acqua, i giacimenti petroliferi, i giacimenti di gas e tenderanno a scomparire, questo dipenderà innanzitutto da un modello di consumo sostenibile delle risorse, ma è sufficiente una gestione sostenibile delle risorse per avere la pace?

Se l’animo dell’umano sia più buono o cattivo è una diatriba annosa e questa risposta, secondo un aneddoto dei “Padri del deserto” :

<< Un eremita venne interrogato dal giovane discepolo sul perché l’umanità riesca in alcuni casi a essere tanto perversa e, in altri, tanto buona e generosa: “Abitano in noi”, rispose l’eremita, “due bestie affamate: una malvagia e l’altra mansueta.” Domandò il discepolo: “Quale delle due prevarrà in me?”. Rispose: “Quella che da te verrà più nutrita”.>> .

Tutto dipende, caso per caso, dal libero arbitrio della singola persona.

A mio parere, la paura umana nei confronti degli umani stessi può essere ridotta fino a svanire a patto che si verifichino certe prevenzioni che diminuiscono fino ad annullare i rischi di contrapposizione, perché la libera scelta di armarsi contro un nostro simile dipende soprattutto da due variabili: una materiale, in termini di possibilità di cura del corpo, e una spirituale, in termini di tolleranza del diverso fintanto che la libertà altrui non lede la libertà propria o di altri, in nome di valori universali che bisogna sforzarsi di imparare ed applicare.

Perciò, il presupposto economico del “sustainable business” riguarda specialmente l’accezione “mente sana in un corpo sano” ed andrebbe completato, per ottenere una pace duratura nel tempo, con attività educative volte ad armonizzare la nostra mente con il corpo e la circostanza in cui è immersa (come la millenaria medicina cinese insegna) per ottenere una pace interiore che si esprima poi in comportamenti civili. Per esempio, una ritualizzazione dei conflitti insiti nell’animo umano sarebbe una importante applicazione del concetto di “mens sana” per ridurre il rischio della guerra perché le tensioni che vibrano nel nostro corpo non sono annullabili (in quanto sarebbe contrario alla nostra stessa indole) ma bensì sfruttabili: “fatti non fummo per vivere come bruti, ma per seguire virtù e conoscenza”, ma siamo animali discesi dagli alberi e questo legame d’origine è imprescindibile e non rinunciabile. È un legame, quello con la bestia che è in noi, che a volte strazia ma è una scintilla che sa anche gratificare e insaporire la vita come il sale perché siamo uniti da ragione e passione e se rinunciassimo ad una delle due smarriremmo la nostra identità.

Fino a qualche tempo fa, indicativamente fino alla “belle époque”, prima dei disastri bellici mondiali, vigeva una forma particolare di rito chiamato “conflitto d’onore” (da non confondersi con il delitto d’onore): il conflitto d’onore era un rito in cui i due contendenti si sparavano o sceglievano anche altri strumenti, tipo la spada, (lo abbiamo visto in numerosi film) per risolvere in maniera regolamentata il duello fino a ferire gravemente o ad uccidere l’avversario. Famoso per questa consuetudine è stato per esempio Felice Cavallotti (1842-1898), che, passionale e testardo com’era, ha combattuto ben trentatré duelli, l’ultimo dei quali gli è stato fatale. Oggi, se si preferisce risolvere certi conflitti non a parole o senza tribunali, si tende invece a menare semplicemente le mani o a spararsi senza tante cerimonie (come tra persone fittizie, dove la dichiarazione di guerra e altre procedure condivise per combattere sono cadute in disuso), ma esistono anche altre forme meno da bruti che adottiamo, magari senza accorgercene, per sfogare i nostri istinti più cupi in maniera divertente, regolamentata, sana e senza uccidersi: mi riferisco allo sport, dal fioretto alla lotta, dai giochi di palla alla danza.

Tali attività salubri andrebbero diffuse ed accompagnate maggiormente dalle istituzioni pubbliche affinché siano, per ogni età, meno da assistere e più da partecipare allo scopo di creare maggiore senso comunitario ad una collettività e diffondere preziosi valori di riferimento, come il perdono e la pazienza, validi anche per la concorrenza (“correre insieme”) quotidiana.

Se fosse poi un gioco in grado pure di riparare a certi conflitti d’onore tra persone vere e fittizie senza eliminare l’avversario, sarebbe a mio parere un progresso civile perché, se siamo in fondo bestie, dobbiamo anche saperci addomesticare ma per i rapporti interstatali il discorso va precisato, perché un ordine mondiale, seppur fondato su principi condivisi, regole comuni e una gestione sostenibile delle risorse, è una pace che difficilmente può reggersi in assenza di una concreta autorità mondiale di riferimento che sia autorizzata a curare le emergenze garantendo le virtù ambientali del modello di consumo e le preziose norme astratte di riferimento, i diritti umani, a cui siamo giunti dopo secoli di processi in cui esse venivano afferrate, rese comuni, poi dimenticate e ritrovate.

L’autorità desiderabile organica

Un’autorità che ordini le relazioni tra Stati è un’esigenza di cui ha trattato Papa Benedetto XVI nella sua enciclica di metà 2009, “Caritas in veritate”, al passo 67:

“Di fronte all’inarrestabile crescita dell’interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l’urgenza della riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria mondiale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. Sentita è pure l’urgenza di trovare forme innovative per attuare il principio di responsabilità di proteggere e per attribuire anche alle Nazioni più povere una voce efficace nelle decisioni comuni. Ciò appare necessario proprio in vista di un ordinamento politico, giuridico ed economico che incrementi ed orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli.

Per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Tale Autorità dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti. Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti.

Lo sviluppo integrale dei popoli e la collaborazione internazionale esigono che venga istituito un grado superiore di ordinamento internazionale di tipo sussidiario per il governo della globalizzazione e che si dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all’ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite”.

(Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, “Caritas in veritate”, lettera enciclica del 29/6/2009, cit. passo 67)

L’autorità è un concetto diverso dal potere: se il potere significa poter esercitare la volontà causando effetti sociali ed è prerogativa in particolare dello Stato detentore della legge e della forza, l’autorità è invece un concetto a volte non associato al potere perché è legato all’autorizzazione, ossia al “diritto di fare un azione” come ha precisato Thomas Hobbes (1588-1679) nella sua opera il “Leviatano”.

L’autorità è dunque intimamente legata con la rappresentanza, senza cui il potere in genere non avrebbe legittimità (ossia consenso da parte di chi è governato), tanto che l’autorità presuppone una identificazione tra chi governa e chi è governato. Questa autorità non smarrisce mai nei tempi e nei luoghi il fattore dell’influenza carismatica del capo, malgrado essa accresca e conferisca autenticità al potere, più che nei tempi passati, soprattutto subordinando il governo al diritto, vincolando cioè l’autorizzazione della rappresentanza a principi universali ritenuti validi e indiscutibili, come il dovere di rispettare il diritto alla vita: da qui deriva la legalità, che si distingue dalla legittimità per essere il rispetto procedurale dell’esercizio del potere.

In passato e nel presente esistono casi di autorità senza potere (come ne sono sprovvisti spesso i capi religiosi o il nostro presidente della Repubblica) o di potere senza autorità (come i governi corrotti, parola che deriva dal verbo “rompere in tanti parti”, qui sottointeso l’unità sociale), ma, quando autorità e potere si associano, l’organizzazione politica diffusa in ogni luogo, lo Stato, qualunque forma assuma (monarchica, presidenziale, parlamentare…), può meglio stare, cioè si viene a generare una situazione politica accesa, stabile e quieta che garantisce ordine nel miglior dei modi perché identifica pienamente governanti con governati.

Per noi, per il nostro Paese sarebbe importante riuscire già ad applicarlo, ma si rende necessario tradurre questo difficile connubio a livello sovrastatale per agevolare e garantire appropriate politiche creatrici di un ordine internazionale (cioè di una disposizione dei rapporti statali tendente alla pace), così da diminuire la paura e la povertà: una guida autorevole dovrebbe indirizzare lo sforzo bellico degli Stati in maniera legittima e tutelare il patrimonio territoriale assumendo, secondo principi di sostenibilità e sussidiarietà.

Sono possibili numerose variabili di forma per edificare una autorità sovrastatale garante dell’ordine ecologico, economico e politico, e quella più democratica che, a mio parere, si dovrebbe ispirare agli Stati Uniti che, come il loro nome rivela, hanno elevato una direzione eletta al di sopra dei diversi Stati creando così una entità federativa.

È lo stesso procedimento, ma su scala più ampia, attraverso cui lo Stato si è venuto a creare e che adesso dovrebbe emanarsi, attraverso la forza del diritto universalmente riconosciuto, a livello sovrastatale: gli Stati sono infatti come una tribù di guardiani civilizzati da regole, uniti tra di loro in alleanze di varie intensità, ma sempre sull’attenti e pronti a combattere tra di loro in caso di gravi dissidi perché privi di un capo (se non chi è militarmente più forte) che faccia loro da guardia e sia in grado di risolvere legittimamente ciò che la diplomazia a volte non riesce a prevenire.

Già l’Unione Europea dovrebbe prendere esempio dagli Stati Uniti d’America per aver istituzionalizzato una federazione democratica di Stati. Gli Stati Uniti sono davvero, come in origine si reputano, il popolo messianico in grado di diffondere la pace vivendo senza intervenire nelle questioni altrui.

Il mondo, alla luce di questa considerazione, potrebbe ordinarsi secondo varie modalità, come quella che viene qui per esempio proposta fondendo i concetti espressi da due influenti e carismatiche persone di Stato vissute durante l’ultima guerra costituente: Sir Winston Churchill (1874-1965) e Franklin D. Roosevelt (1882-1945).

“Mentre l’Unione Sovietica aveva tutto sommato una visione più circoscritta, che la faceva aspirare, una volta superata la guerra d’invasione che stava subendo, a circondarsi di territori che le consentissero di garantire la sua sicurezza e di mantenere la sua posizione appena conquistata di grande potenza, Inghilterra e Stati Uniti ancora nella fase centrale della guerra coltivavano prospettive, più che progetti, che andavano molto al di là dell’ambito o interesse nazionale e che d’altra parte differivano notevolmente tra loro. L’Inghilterra, e Churchill in particolare, concepiva un mondo postbellico organizzato su basi regionali, con le istituzioni di Consigli d’Europa, d’Asia, d’America e infine d’Africa che raggruppassero federazioni di Stati dei singoli continenti. Al di sopra di un mondo così diviso avrebbe continuato ad esistere la Grande Alleanza Atlantica […] All’approccio regionalistico britannico l’America, e Roosevelt in particolare, contrapponeva quello globalistico: il problema dell’intero mondo del dopoguerra doveva essere gestito su una base complessiva […] per cui Roosevelt divenne il sostenitore più aperto, in particolare alla conferenza di Teheran, della formula dei “quattro poliziotti”.

(Ottavio Bariè: “Dal sistema europeo alla comunità mondiale. Storia delle relazioni internazionali dal Congresso di Vienna alla fine della guerra fredda”, volume II, tomo I, Celuc libri, Milano 2004, cit. pag. 37-38)

I quattro poliziotti (Usa, Inghilterra, Unione Sovietica e Cina), a cui poi si è aggiunta anche la Francia, hanno formato i membri permanenti del Consiglio di sicurezza quando nel 1945 si è fondata a San Francisco l’Organizzazione delle Nazioni Unite, un’istituzione discesa sì da un’alleanza di guerra ma motivata da profonde ragioni pacifiche così tanto valide sempre ed ovunque, che in questa organizzazione sono poi confluiti tutti gli altri paesi del mondo.

I cinque Stati poliziotto formano da quella guerra costituente il nuovo ordine internazionale secondo l’efficace approccio globale del presidente degli Stati Uniti di allora ma, smarrendo la concezione continentale britannica, in quanto gli accordi regionali sono poco considerati nello statuto delle Nazioni Unite poiché la gestione della pace è considerata esclusivo appannaggio degli Stati che l’hanno permessa sconfiggendo l’asse Roma-Berlino-Tokyo, si è creata una disparità fra le categorie di potenze più accentuata rispetto alla precedente Società delle Nazioni proprio nell’organo effettivamente deliberante, il Consiglio di Sicurezza, su cui incombe più strettamente la responsabilità di realizzare gli intenti dell’organizzazione e basta che una delle grandi potenze sia in disaccordo per evitare che una decisione dell’ONU venga presa.

I Consigli regionali di Stati federati, auspicati da W. Churchill, si sono comunque creati al di fuori dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sempre correlati ai principi universali, e sono:

– l’Organizzazione dell’Unità Africana, fondata nel 1963 e rinnovata nel 2002 (UA),

– il Consiglio di Cooperazione del Golfo per gli Stati Arabi (GCC), fondato nel 1981

– l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), che raduna dal 1951 ogni paese del nord, centro, e sud America

– il Dialogo per la Cooperazione Asiatica (ACD), fondato nel 2002 e che discende dal Piano Colombo del 1952,

– e infine il Forum delle isole dell’Oceano Pacifico che raduna i paesi dell’Oceania.

Anche l’Unione Europea (EU), al suo inizio era “fondata” sui criteri federalisti anticipati da W. Churchill, per poi andarsi a riformare sui criteri roosveltiani.

Oltre a queste organizzazioni continentali e regionali, esistono attualmente numerose altre organizzazioni che si suddividono, a partire da questa iniziale generalizzazione, a seconda del settore di intervento e che restringono i raggi d’impegno a gruppi di Stati minori con alleanze più vincolanti, infittendo i legami d’interdipendenza secondo norme comuni e aumentando le aspettative di comportamento per civilizzare il più possibile i rapporti.

Tutte queste organizzazioni in evoluzione, così come le alleanze, le intese e i confini statali, possono mantenersi anche se si realizzasse un’ipotetica riforma del Consiglio di sicurezza, perché questa dovrebbe essere una istituzione superiore a tali preziosi intrecci che non possono essere sostituiti in tutto, ma al massimo fatti in parte cadere in disuso.

Una rete di Consigli regionali è già preesistente e favorisce un ordine internazionale, ma tutte queste organizzazioni sono prive di un’autorità che guidi e faccia seguire le risoluzioni delle questioni rilevanti secondo principi condivisi, in quanto la pace mondiale attualmente dipende solo dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Siccome tale organismo globale non riesce purtroppo a far diminuire la paura tra gli Stati fintantoché l’uso della forza legittima a livello internazionale rimane prerogativa esclusiva di Stati dai meriti purtroppo offuscati e con privilegi in discussione (poiché, come esperienze testimoniano, non garantiscono l’imparzialità), dunque è opportuno far progredire questo tipo d’ordine mondiale: i gruppi di Stati, uniti a livello continentale, dovrebbero eleggere una guida a loro superiore che rappresenti ogni Stato della regione affinché tale direzione indirizzi nel territorio di competenza aspetti ecologici, politici ed economici, secondo il criterio della sussidiarietà e sulla base dei principi comuni universalmente riconosciuti, per prevenire così usi insostenibili delle risorse e per dirigere la forza militare che è chiamata a “federare”.

Queste guide sovrastatali dovrebbero essere in simbiosi con il Consiglio regionale degli Stati perché le decisioni che toccano il territorio continentale dovrebbero infatti essere condivise da tutti gli Stati che si trovano in quel continente e la guida, per implementare le sue scelte, non potrebbe fare a meno del principio democratico derivato dal “no taxation without rapresentation” che aiuta a legittimare le linee di governo.

Secondo questo tipo d’ordine internazionale si verrebbe così a creare una guida per l’Europa, una per l’America, una per l’Asia e una per l’Africa, e questa sarebbe la maniera più semplice per ordinare il mondo perché, come si suddivide il tempo in anni, giorni, ore e minuti, così anche lo spazio è suddiviso in continenti, nazioni, regioni e città: è organizzazione razionale e organica della convivenza sociale.

Le guide elette, volte a federare gli Stati a seconda dei continenti e rappresentati, con l’ausilio dei Consigli regionali, tutti gli Stati interessati, permetterebbero notevoli benefici perché creerebbero una concentrazione del monopolio legittimo della forza militare a livello sovrastatale, favorendo risoluzioni democratiche sull’uso delle armi e diminuendo di conseguenza la paura di una guerra. Così, se diminuissero le spese per la difesa, potrebbe liberarsi un mare di denaro tanto queste spese sono ingenti e una fetta consistente dell’industria si convertirebbe per produrre alimenti e non più cannoni. Oltretutto, secondo sussidiarietà, queste guide assicurerebbero maggiore tutela dell’ambiente: per esempio autorizzando azioni di polizia internazionale laddove la polizia nazionale non riesce a frenare il business delle organizzazioni criminali (senza così doverlo inserire nel calcolo del PIL, come nel caso italiano).

Gli Stati potrebbero autorizzare una guida a dirigere l’uso delle proprie armi, violando il principio che non riconoscono superiori (principio su cui si fonda dal 1648 il sistema delle relazioni internazionali e che è stato ridotto, ma non annullato, dalle organizzazioni internazionali), e potrebbero accettare il concetto della sovranità territoriale limitata per la gestione del patrimonio naturale dei propri confini (perché, come insegna il “global warming”, i problemi ambientali sono un problema comune così come le guerre), qualora fosse eleggibile un’autorità stimata e giusta, il che richiede, data la rilevanza dell’incarico, determinati requisiti.

I metodi per scegliere chi sorveglia gli Stati a livello continentale possono essere diversi ed elastici: quello di merito attraverso l’elezione del più capace governatore da parte del Consiglio regionale degli Stati è il più semplice, ma il raggio di scelta può anche estendersi e toccare persone senza particolari riconoscimenti, purché siano dotate di virtù idonee per svolgere il compito.

Queste virtù sono innanzitutto quelle cardinali, cioè prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, e a queste si aggiunge quella della compassione, “la più importante e forse l’unica legge dell’umanità intera” come scrive Fëdor Dostoevskij (1821-1881), siccome la capacità di saper soffrire dei drammi altrui, o semplicemente saper mettersi nei panni altrui, è una linea guida che conduce al rispetto della vita nella sua intera pienezza, oltre a quella umana, perché induce a non far male senza motivo a neanche ad una mosca e permette così di custodire con maggiore sensibilità il patrimonio della natura da cui dipende la nostra sopravvivenza e felicità.

Sarà anche utile, per meglio governare, che la guida sia colta perché l’ignoranza, dopo la povertà e la paura, è anch’essa un motivo per cui si genera violenza: solo una persona colta è libera e imparare la storia umana e ciò che c’è intorno a noi è fondamentale perché il singolo essere acquisisca senso di appartenenza ai tanti altri esseri viventi, umani e non, che, comparendo e scomparendo in continuazione da tempi antichi, formano l’animato, colorato, musicale, profumato, sensibile e variegato mosaico della vita, e faccia il possibile per non deturpare quest’arte meravigliosa.

Un ulteriore condizione necessaria di governo in ogni vertice sovrastatale è, a mio parere, che ci sia un uomo ed una donna: essendo l’umano, scisso in genere maschile e femminile, e completabile pienamente solo attraverso questa unione di opposti (come i numeri pari con i dispari) e perché l’autorità, per ragioni di identificazione tra alto e basso, non può fare a meno di rappresentare la componente femminile della società, per guida sovrastatale si intende una diarchia.

Al di là degli aspetti morali, che ci sia un uomo ed una donna ad “amministrare le cose domestiche”, è vantaggioso anche dal lato pratico perché così si consente una suddivisione delle tante competenze con una persona di totale fiducia e il singolo punto di vista viene completato con uno differente, offrendo così all’autorità una maggiore visione delle complesse tematiche da affrontare.

Finora però non si è trattato il problema più spinoso che comporta un’autorità internazionale così delineata: quello della nazionalità delle guide sovrastatali. Tra persone, la differente nazionalità è un concetto friabile e opinabile, ma in un contesto internazionale diviene assai importante perché riguarda l’identità degli Stati in gioco. Se una guida fosse accusata di favoritismi per l’appartenere ad un certo Stato, allora questo tipo d’ordine perderebbe il consenso su cui poggia: la sua imparzialità verrebbe messa in discussione. Data la rilevanza dell’incarico, bisognerebbe fare in modo di evitare questi pregiudizi, fondati o meno, che la consapevolezza della comune radice umana e il criterio di merito possono evitare solo in parte.

Come per qualsiasi autorità politica, questo tipo di ordine internazionale si basa sulla fiducia e perciò la volontà delle guide di rappresentare tutti i paesi rinunciando all’interesse del proprio Stato di appartenenza deve essere da tutti considerata seriamente. Oltre a ciò, i Consigli regionali degli Stati dovrebbero essere capaci non solo di eleggere la guida, ma anche di destituirla in caso di gravi errori e violazioni alla legalità dell’operato, garantendo così una linea di governo imparziale e conforme ai principi dello sviluppo sostenibile.

Infine, la rotazione delle guide e delle loro sedi a seconda del territorio d’appartenenza è il sistema più democratico per assicurare una condivisione delle responsabilità a livello continentale e la guida più virtuosa potrebbe poi accedere al vertice mondiale.

Un vertice mondiale sarebbe necessario, perché un ordine internazionale suddiviso su base continentale smarrisce l’unità globale auspicata da F. Roosvelt: i guardiani degli Stati, essendo posti tutti sullo stesso piano, sono tra loro uguali e così, qualora avvenisse una grave disputa di confine o di competenza economica condivisa, la situazione potrebbe, malgrado l’ispirazione dei principi comuni, risultare difficile da risolvere e potrebbe persino far ripetere a livello sovrastatale le divisioni interne dell’odierno Consiglio di sicurezza.

Concettualmente un ordine sovrastatale di forma quadrata, cioè con quattro vertici continentali di pari importanza, non sarebbe perfetto e per portarlo a termine bisognerebbe introdurre un punto, posto su un piano superiore, che unifichi l’intero ordine mondiale.

L’ordine internazionale federativo descritto dovrebbe allora assumere una forma piramidale, simbolo dai significati esoterici perché di congiunzione tra terra e cielo, adottando un vertice globale sovrastante quelli continentali.

L’autorità internazionale proposta in questo scritto sarebbe dallo scrivente definita “desiderabile” non in ragione dei virtuosi benefici esposti che conseguirebbero dalla sua creazione, ma semplicemente perché, con la sua forma piramidale, essa “volge intensamente lo sguardo alle stelle” (come etimologicamente significa dal latino il termine desiderio). Per precisazione “desiderio” è un termine latino composto da de-siderare; siderare significa “fissare le stelle”, mentre il suffisso de- può significare sia distacco e lontananza sia intensità e in questo caso è adottato il suffisso de- come particella intensiva.

Senza che interferisca con gli altri centri sempre per ragioni di sussidiarietà, il vertice piramidale sarebbe interpellato solo per gravi urgenze che dividono le altre guide o per placare i dubbi di una guida e sarebbe concretamente il Consiglio di sicurezza, primo (ma ultimo per ragioni procedurali) custode e rappresentante dell’intero ordine internazionale, nascosto in un continente a semplice guida di una città. Se la scelta delle sedi dei vertici continentali non è così importante perché conta più come attuare questo tipo di ordine sovrastatale e il dove è risolvibile attraverso la rotazione delle nazionalità, il vertice mondiale è un punto particolare che, per la sua specialità, dovrebbe essere invece un centro fisso in modo da garantire un costante e sicuro punto di riferimento per l’umanità intera.

Nella storia sono state tante le città dotate di un fascino magico e irresistibile e risulta difficile scovare un valido “ombelico del mondo” dove porre la punta della piramide di un ordine internazionale così formato: a mio parere, Gerusalemme è un valido punto unificante l’umanità perché questa città ha alle spalle una storia millenaria di leggende e realtà in cui confluiscono aspetti religiosi non di secondaria importanza; essa è sacra per tre religioni monoteistiche con legami in ogni parte del mondo e ciò conferisce a questa città un carisma che non viene uguagliato da nessuno altro luogo del pianeta. Se fosse scelta come luogo del Consiglio di sicurezza, Gerusalemme potrebbe concretamente divenire sede di un’eterna alleanza, esaudendo progetti di armonia e di pace perpetua sperati fin da tempi antichi, e la guida della città potrebbe oltretutto favorire la risoluzione della questione palestinese, attuando un’equa distribuzione delle risorse idriche (principale ostacolo alla pace) e unificando il territorio in un unico grande Stato (come è sempre stato, nonostante le diversità etniche e religiose, prima delle disastrose spartizioni dell’Impero Ottomano post-prima guerra mondiale e del sionismo, i cui sogni di patria ebraica e regno messianico si possono attuare anche in uno Stato multietnico).

Se esistesse un ordine internazionale pacifico e coeso, sarebbe un lieto evento perché favorirebbe la scomparsa della povertà e della guerra, mali che rendono troppo spesso questa vita una prigione, essendo il dolore in diversi contesti geografici così eccessivo da mortificare l’animo anziché fortificarlo. Un uomo e una donna, rappresentanti sovra-statali di tutte le nazioni, eletti legittimamente a guida dei continenti, dovrebbero permettere, insieme ai Consigli regionali degli Stati, un adeguato sistema internazionale per un nuovo modo d’ordinarsi del mondo tendente alla diminuzione della paura reciproca e ad uno sviluppo sostenibile.

Ma anche se l’autorità desiderabile proposta rimanesse un’utopia e delle guide sovrastatali non si ergeranno mai per dirigere la forza militare degli Stati e per vigilare sul modello di consumo delle risorse territoriali, la pace internazionale sarà senz’altro conseguibile in altre maniere diverse perché questo è il primo passo per garantire lo sviluppo economico e culturale di ogni paese ed è la base fondamentale per favorire un ordine internazionale senza guerre e povertà.

Marco Affatigato

Riguardo l'autore

Marco Affatigato

nato il 14 luglio 1956, è uno scrittore e filosofo laureato in Filosofia - Scienze Umane e Esoteriche presso l'Università Marsilio Ficino. È membro di Reporter Sans Frontières, un'organizzazione internazionale che difende la libertà di stampa.

Nel 1980 la rivista «l’Uomo Qualunque» ha pubblicato suoi interventi come articolista. Negli ultimi anni, ha collaborato regolarmente con la rivista online «Storia Verità» (www.storiaverita.org) dal 2020 al 2023.