Dal 12 novembre l’accesso ai principali siti porno sarà bloccato senza un sistema di verifica dell’età. Finalmente, verrebbe da dire: se davvero si vuole tutelare i minori, è logico impedire che un tredicenne possa entrare su un sito porno cliccando un innocente “Ho più di 18 anni”. È una misura giusta, perfino scontata.
La pornografia va regolata, controllata, resa un ambiente per adulti e solo per adulti. Su questo, quasi tutti sono d’accordo.
Il problema, però, nasce subito dopo. Perché se la tutela dei minori è davvero la priorità, allora qualcuno dovrebbe spiegare perché l’Italia si accanisce sulle piattaforme pornografiche ma lascia completamente aperto e monetizzabile ciò che molti psicologi e associazioni da anni segnalano come il più grande colabrodo erotico del pianeta: i social network.
Chiunque abbia un profilo social lo sa. Non servono siti porno per trovare sessualizzazione, feticismo, “soft porn” travestito da lifestyle, influencer che propongono contenuti ai limiti della pornografia pur senza mostrarla.
Non c’è nudità esplicita, certo. C’è qualcos’altro: una pornografia emotiva, psicologica, continua. Un flirt permanente con il limite dei regolamenti.
E, soprattutto, è dentro lo smartphone di ragazzini di 12, 13, 14 anni, senza filtri davvero efficaci.
Il paradosso è evidente perchè se un adulto vuole guardare pornografia esplicita, dovrà identificarsi, certificarsi, passare controlli; ma se un minorenne scorre Instagram, può trovare senza difficoltà video, pose e contenuti che non violano esplicitamente le regole, ma che di fatto sessualizzano e spingono verso piattaforme esterne più esplicite, spesso legate a contenuti a pagamento.
Non si tratta di criminalizzare i social, ma di constatare una realtà: una parte significativa dei contenuti di successo è costruita proprio per rimanere sotto la soglia della censura, sfruttando il confine tra intrattenimento e provocazione sessuale.
È una pornografia mascherata da normalità. Una sessualizzazione patinata, amichevole, “inclusiva”, che si presenta come gioco, estetica, comicità.
Ed è forse più subdola del porno classico, perché non si dichiara come tale, ma produce lo stesso effetto: eccitazione, dipendenza, normalizzazione di modelli ipersessualizzati.
Il porno tradizionale era esplicito, riconoscibile.
Questo, invece, è dentro le storie, nelle challenge, negli outfit “casualmente” trasparenti, nei balletti studiati per sfiorare l’algoritmo senza violarlo. E, a differenza di Pornhub, non richiede alcuna verifica d’età.
Da qui la domanda più semplice e più scomoda: se lo Stato vuole difendere i minori dal porno, perché lascia completamente aperta la porta della pornografia social?
Ha senso chiedere l’identificazione digitale agli adulti, quando i minori passano ore su piattaforme dove la sessualizzazione è quotidiana, normalizzata, popolare e spesso collegata a percorsi verso contenuti ancora più spinti?
Il problema non è morale. È educativo e culturale.
Perché l’erotizzazione continua dei social non presenta la pornografia come eccezione, ma come normalità.
Se questo arriva prima della formazione, del giudizio, dell’esperienza… allora bloccare Pornhub serve a poco.
Forse è arrivato il momento di scegliere: o si protegge davvero l’infanzia, a 360 gradi, oppure si smette di fingere che una censura a metà possa risolvere il problema.
Perché è facile colpire il porno “classico”, ma è molto più difficile è toccare il mercato miliardario di chi cresce grazie a contenuti che inseguono — e sfiorano — il limite, sfruttando quegli stessi algoritmi che, teoricamente, dovrebbero essere “sicuri per i minori”.


