Sì al presepe, senza strumentalizzazioni – di Mara Dalzocchio

Siamo arrivati al mese di dicembre e con esso al periodo dell’Avvento, che come noto è il tempo liturgico che precede il Natale e offre quindi anche l’opportunità di riflettere sulle nostre comune radici cristiane. A tal proposito, non posso che associarmi all’auspicio di diversi esponenti del mio partito, i quali si augurano che l’Avvento possa essere accompagnato da un diffuso allestimento del presepe, rappresentazione della nascita di Gesù diventato, purtroppo, oggetto di strumentalizzazioni.

Penso, anzitutto, alla tesi secondo cui tale rappresentazione sarebbe emblema dell’incontro tra «culture diverse», cosa condivisibile ma che, libri di storia alla mano, nulla ha a che vedere con il presepe. Infatti non solo esso è tradizionalmente popolato da ebrei, ma non potrebbe essere altrimenti dato che a Betlemme gli arabi arriveranno solo nell’anno 637, con l’invasione musulmana; e comunque prima ancora, nel 614, furono le truppe persiane di Cosroe (?) non a visitare bensì ad assediare la città. Gli unici veri “stranieri”, i Magi, vennero ad omaggiare il Salvatore per poi tornarsene in patria.

Di «culture diverse», insomma, nella ricostruzione della grotta dove nacque Gesù e dei suoi dintorni non c’è traccia. Allo stesso modo, spero il presepe possa quest’anno essere allestito senza retorici quando infondati richiami al fenomeno dell’immigrazione. Sia chiaro, non perché il tema non sia serio, ma perché il simbolo cristiano racconta tutta un’altra storia: quella di una famiglia non «migrante», bensì in viaggio per un motivo preciso – il grande censimento dal censimento di Cesare Augusto – che oltretutto la distanzia da certe caricature ideologiche. Il censimento di allora, infatti, non era – come si potrebbe intendere oggi – una rilevazione statistica della popolazione; si trattava invece di una registrazione della proprietà terriera e immobiliare per tassarla a favore dell’impero romano. Non solo.

Va pure considerato come da quella registrazione erano esonerati le donne e i nullatenenti. Ne consegue come san Giuseppe tutto fosse fuorché povero, anzi. Alla luce dei Vangeli, studiosi di religione come Jeffrey Bütz, cattedratico alla Pennsylvania State University, affermano che i genitori di Gesù «occupavano una posizione importante nella comunità» ed erano abbastanza benestanti «da avere proprietà a Cafàrnao come a Nazareth».

Erano pure in condizione di andare a Gerusalemme ogni anno per la Pasqua, cosa che la maggior parte delle famiglie di allora non potevano permettersi.Al pari di quello delle «culture diverse», insomma, anche le interpretazioni pauperiste e immigrazioniste del presepe sono totalmente sconfessate dalla storia. Per questo motivo, mi auguro una riscoperta del presepe senza deformazioni di sorta e soprattutto senza più odio.

Ci tengo a sottolineare quest’ultimo aspetto perché è ancora viva, in me, l’indignazione per quanto accaduto nel 2017, quando a Bolzano un presepe fu profanato a colpi di oscenità, mentre la statua di Gesù Bambino del presepe di Piazza Duomo, a Trento, venne addirittura rubata. Per non parlare del presepe pro life della chiesa di san Rocco a Rovereto, che il 10 gennaio di quest’anno fu addirittura incendiato.

Ebbene, spero che simili episodi non abbiano più a ripetersi e si possa – tutti assieme – riscoprire il presepe senza letture ideologiche né, per ribattere a facili obiezioni, facendone un totem identitario da brandire contro qualcuno. Semplicemente, vorrei fosse apprezzato per quello che è: la ricostruzione di un evento che ha sconvolto la storia, portando una Luce di cui ancora oggi – duemila e oltre anni dopo – tutto il mondo, ma in particolare l’Europa e l’Italia, hanno bisogno.

Cons. Mara Dalzocchio