Pandemic Bond e Coronavirus: perché l’OMS ha aspettato a dichiarare la pandemia? Cosa c’è sotto?

Nel maggio 2016, durante la riunione del G7 in Giappone, la Banca Mondiale aveva annunciato la creazione dei Pandemic Bond: che cosa sono e cosa li collega all’attuale emergenza da Coronavirus?

borse in crisi
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Nel maggio 2016, durante la riunione del G7 in Giappone, la Banca Mondiale aveva annunciato la creazione dei Pandemic Bond: che cosa sono e cosa li collega all’attuale emergenza da Coronavirus?

I Pandemic Bond sono delle obbligazioni ad alto rendimento

Funzionano come dei contratti assicurativi contro una pandemia. Fu la diffusione del virus Ebola, il quale causò oltre 11 mila vittime tra il 2014 e il 2016, a spingere la Banca Mondiale a creare questo meccanismo per aiutare le popolazioni colpite.

Per questo, nel 2017, la Banca Mondiale ha deciso di emettere due di questi bond, per un valore complessivo di 320 milioni di dollari, con scadenza 15 luglio 2020. Questi titoli sono poi stati acquistati da banche private di tutto il mondo: esse ricevono degli interessi periodici e, al verificarsi di determinate condizioni, potrebbero vedersi rimborsate solo parte del capitale o addirittura nessuna quota.

Quali sono questi bond? E quali i profitti?

Il primo bond, dal valore di 225 milioni di dollari (ISIN XS1641101172), paga un tasso di interesse pari all’US LIBOR + 6,5%, ovvero circa il 7,5%. Questo titolo è legato alle pandemie influenzali e le condizioni che farebbero scattare il mancato rimborso del capitale alle banche sono due: un numero di almeno 2500 vittime in uno dei paesi colpiti dalla pandemia e almeno 20 vittime in un altro paese.

Il secondo bond, dal valore di 95 milioni di dollari (ISIN XS1641101503), paga un tasso di interesse pari all’US LIBOR + 11,1%, ovvero circa il 12,1%. A differenza del precedente, questo titolo è legato a delle casistiche più ampie, tra cui anche il virus Ebola, e in questo caso l’unico requisito per il mancato rimborso prevede un conteggio di almeno 250 vittime causate da uno dei virus previsti nelle condizioni.

I soldi che la Banca Mondiale riceve dalle banche titolari di questi bond confluiscono nel PEF (Pandemic Emergency Financial Facility), un fondo destinato alla lotta alle pandemie. Questo fondo è finanziato attraverso due canali: quello “assicurativo”, legato appunto ai suddetti bond, e quello per “cassa”, ovvero con i fondi forniti dai vari paesi e da organismi internazionali.

Ricapitolando

La Banca Mondiale inserisce nel fondo i soldi dei compratori di questi Pandemic Bond e paga loro un interesse periodico; alla scadenza rimborserà loro il capitale investito solo se nel frattempo non dovesse scoppiare alcuna pandemia poiché, in tal caso, a seconda delle condizioni verificatesi, il capitale non verrà restituito oppure lo sarà solo in parte, e il denaro residuo confluirebbe negli aiuti alla lotta alla pandemia.

L’idea alla base di questo meccanismo è quella di dividere, su un numero più ampio possibile di soggetti attraverso il sistema finanziario, il rischio e i costi dello scoppio di un contagio, che come sappiamo sono altissimi (basti pensare alla spesa sanitaria).

Tuttavia, affinché questo meccanismo si metta in moto, non solo è necessario lo scoppio di una pandemia, ma anche la sussistenza di altre condizioni: che sia registrato un certo tasso di crescita dei contagi, che sia coinvolto un certo numero di paesi, che ci sia una certa distribuzione delle vittime e così via. Inoltre, la verifica di queste condizioni sarebbe in mano alla Air Worldwide Corporation, società privata.

Tutto ciò comporta che all’atto pratico ci sia una maggior rigidità e quindi difficoltà nell’attuazione del piano di aiuti.

Per fare un esempio, nel 2018, durante l’emergenza Ebola che colpì la Repubblica Democratica del Congo causando oltre 2 mila vittime, le clausole non sono tutte scattate e di conseguenza il meccanismo dei bond non è entrato in gioco. Il Congo ha comunque ricevuto aiuti da parte del PEF, ma va sottolineato che questi ammontarono a 50 milioni (attraverso il canale per “cassa”), contro i 60 milioni di interessi che invece hanno ricevuto le banche per l’acquisto dei Pandemic Bond.

Eppure, la data odierna (11 marzo 2020) potrebbe rappresentare una svolta storica:

L’OMS ha infatti dichiarato la “situazione pandemica”. Che cambia tutto. Il capo Ghebreyesus afferma che si è valutata questa epidemia “giorno dopo giorno” e che c’è profonda preoccupazione dovuta “sia ai livelli allarmanti di diffusione e gravità, sia dai livelli allarmanti di inazione”.

Un interrogativo sorge spontaneo: perché l’OMS, data la grande preoccupazione, ha tardato così tanto a dichiarare la pandemia? E’ possibile che ci sia un collegamento con i Pandemic Bond e che si sia voluto evitare di causare perdite milionarie per le banche detentrici di queste obbligazioni?

Sono tutte domande certamente lecite, ma è anche necessario sottolineare che possono esservi diverse spiegazioni.

La prima di queste è che una volta dichiarato lo stato di pandemia, gli Stati avrebbero dovuto attuare il relativo Protocollo che prevede delle misure di “contenimento”, mentre i piani di emergenza nazionali sono più approntati a misure di “mitigazione” che potrebbero risultare inadatte.

La seconda è che una tale dichiarazione da parte di un’Istituzione mondiale avrebbe potuto diffondere ulteriore panico tra i cittadini, dando vita a comportamenti ancora più irrazionali e pericolosi di quelli visti in questi giorni.

Un ulteriore motivo avrebbe potuto riguardare la volontà di non ricadere nell’errore del 2009, quando si dichiarò lo stato pandemico di influenza A/H1N1, che molti hanno ritenuto non necessario.

Molti analisti asserivano che l’OMS avrebbe potuto dichiarare lo stato di pandemia dopo il 15 marzo

Il 15 marzo rappresentava il giorno del mese in cui le banche ricevono gli interessi maturati su tali bond. Ma a questo punto sembra che le clausole relative a queste particolari obbligazioni stiano per scattare in toto per la prima volta. La data chiave potrebbe essere il 23 marzo, poiché una delle condizioni necessarie a mettere in moto il meccanismo prescrive che siano passati almeno 84 giorni dalla scoperta dei primi contagi.

Il bicchiere mezzo pieno

Alla fine di tutto ciò, da un lato è possibile che le banche registreranno delle perdite trasmettendo effetti negativi sulle Borse e sul sistema finanziario, ma dall’altro lato è possibile che i paesi colpiti dal contagio da Coronavirus riceveranno ulteriori fondi per affrontare questa lotta.  Non ci resta che attendere ulteriormente e vedere quali saranno i risvolti di questo spiacevole capitolo.

di Federico Fontanelli – collaboratore giornalistico e studioso di materie finanziarie