L’Italia ha bisogno dell’IRI. Chi impedisce la ripresa è complice della mafia

Non si può pretendere che il compagno Sergio Cofferati conosca la storia. O, se la conosce (perché la conosce), che abbia la correttezza di raccontarla tutta, compresa la parte per lui scomoda. Così va in tv, dai compagni di Rai News 24, e spiega che l’Italia, per ripartire, avrebbe bisogno dell’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale. Perché fu l’Iri – spiega Cofferati – a trainare la ripresa italiana dopo la fine della guerra. 

Dimenticando che l’Iri fu creato nel 1933 per far ripartire l’Italia dopo la crisi mondiale del ‘29 e per sopperire alla cronica incapacità degli industriali italiani. Ovviamente neanche una parola di precisazione da parte della giornalista Rai. Ad impossibilia nemo tenetur..

Ma va bene lo stesso. L’importante è capire cosa bisognerebbe fare. Peccato che, in Italia, l’Iri non ci sia più. Smantellato da gente come Prodi, per la felicità degli speculatori nazionali e stranieri che si sono spartiti la torta. Ce lo chiedeva l’Europa o, più semplicemente, la banda a bordo del Britannia. 

Ora bisognerebbe ricrearlo, l’Iri. Perché le condizioni sono le medesime, con un ceto imprenditoriale fallimentare. Tanto per ricordare a chi ha perso la memoria, le imprese passate all’Iri vennero risanate e rilanciate in brevissimo tempo. Ma ebbero difficoltà ad essere riprivatizzate perché gli industriali italiani, che non erano stati in grado di gestirle, avrebbero preteso di riprenderle gratis o magari con l’aggiunta di qualche incentivo. Negli stessi anni la Germania copiò l’iniziativa italiana ma gli industriali tedeschi corsero a ricomprare le aziende risanate.

È evidente che anche adesso servirebbe un intervento dello Stato. Se lo Stato esistesse, se non si fosse ridotto ad un ruolo di esattore delle tasse tipo sceriffo di Nottingham, protetto da chi difende non gli italiani ma i loro persecutori. Servono investimenti pubblici, ma in cambio di quote societarie e della possibilità di incidere nelle scelte strategiche. Invece si continua a preferire la strada dell’ulteriore indebitamento. 

Da parte privata, invece, si minacciano ridicole delocalizzazioni. Ridicole perché ormai fuori tempo massimo, in un periodo in cui inizia la fase di rilocalizzazione. Si torna a casa o, perlomeno, ci si avvicina. D’altronde sono diventate una barzelletta mondiale le delocalizzazioni italiane. Gli imprenditori italiani sono arrivati in Cina con un ritardo clamoroso rispetto alla concorrenza europea; in India devono ancora arrivare; nell’Europa dell’Est non solo hanno atteso la caduta del muro, ma anche che le opportunità migliori venissero colte dai tedeschi. 

In Francia, nel Rhône Alpes, erano state previste enormi agevolazioni per gli imprenditori soprattutto piemontesi che si fossero trasferiti. Sono partiti in tanti, sono rientrati praticamente tutti. Indignati perché avevano scoperto che se le agevolazioni erano concesse in cambio di 100 assunzioni, i francesi pretendevano che 100 persone venissero assunte, non 50 per poi licenziarne 20. 

È però vero che lo Stato italiano non aiuta. Ed in questa fase le perplessità su certi provvedimenti aumentano considerevolmente. I servizi segreti italiani mettono in guardia contro l’assalto delle mafie e degli speculatori internazionali pronti ad accaparrarsi le aziende italiane in difficoltà (perché è più comodo vendere che delocalizzare). Ed il lìder minimo, sostenuto dai dittatorelli dello Stato Libero di Bananas e dai media di servizio, impone nuovi indebitamenti che faciliteranno le crisi e le svendite delle imprese. Una palese complicità, ma non bisogna raccontarlo..