Assassinio Agitu: le reazioni, lo specchio di ciò che siamo diventati

Carità, empatia, sentimento di reale vicinanza, hanno latitato, in questa brutta vicenda: in compenso, c’è stato un imbarazzante correre a sfruttare l’evento e, più ancora, gli errori di valutazione che l’evento ha originato.

Se c’è una cosa che imparato, nella mia lunga esistenza, è quella di non fidarmi. Lo so, non è bello scriverlo, in questi giorni di bontà obbligatoria e di ottimi propositi: tuttavia, se dovessi dare un consiglio ai giovani, sarebbe proprio quello di non fidarsi. Mai e di nessuno.

Meglio mille volte essere piacevolmente sorpresi dai fatti che essere clamorosamente intortati dalle parole: per cambiare idea c’è sempre tempo, mentre, per rimediare a una fregatura, certe volte, non basta una vita intera. Non voglio dire che si debba vivere sospettando di tutto e di tutti, naturalmente: la vita è fatta soprattutto di rapporti normali, chiari, espliciti, nel lavoro, in famiglia, con gli amici. Io mi riferisco piuttosto ai grandi progetti, ai titanici programmi, alle dichiarazioni d’intenti, alle professioni di fede, ai proclami, ai manifesti, alle omelie.

Diffidate dai predicatori, dalle parole piene di fuoco e di passione e, in particolare, da quelli che proclamano umiltà, umanità, amore per i piccoli, i poveri, i bisognosi: mentre s’inginocchiano, le pupille dei predicatori lampeggiano d’orgoglio. Diffidate dei buoni: spesso, sono soltanto dei cattivi privi di artigli, che aspettano solo di trovare qualcuno meno artigliato di loro. Forse, vi chiederete perché io scriva queste cose, così, d’emblée, proprio a Capodanno.

Ve lo dirò: gli ultimi giorni di questo sciagurato 2020, già di per sé funesto, sono stati ulteriormente funestati, da un terribile delitto, come tutti certo saprete, maturato in val dei Mocheni. Sono cose tremende che accadono perché l’umanità è tremenda e alcuni uomini lo sono più di altri. Ma ciò che mi ha letteralmente dato il vomito è stato il trattamento riservato a questa tristissima vicenda dai commenti, sulla stampa e sui social.

Immediatamente, date le caratteristiche della povera vittima, qualcuno si è lanciato sulla notizia, estrudendo il solito prevedibile ripugnante repertorio, prefabbricato e predigerito, che rappresenta la monotona ecolalia di certa subdemocrazia per ritardati. Quando, non molto tempo dopo, si è scoperto che l’autore del delitto aveva caratteristiche del tutto analoghe a quelle della vittima e non era, viceversa, un perfido e pericoloso suprematista bianco, è calato su tutta la vicenda uno sconcertato silenzio.

A quel punto, è iniziato il prevedibile tiro di controbatteria della parte avversa, che si è, a sua volta, appropriata della vicenda, per dimostrare il perfido strabismo dell’informazione nemica: sfruttando un assist formidabile, bisogna dirlo, fornitole dall’orgasmo frettoloso degli integralisti dell’integrazione.

In una terza fase, c’è stato un tentativo, patetico e piuttosto imbarazzante, da parte di costoro, di riprendere le posizioni perdute: una serie di analisi fatte di “ma”, di “se” e di “però”, che è parsa a molti una toppa peggiore del buco. Nel frattempo, in un obitorio, una povera donna, assassinata e violata, giaceva su di un lettino, in attesa di un anatomopatologo, che spiegasse i dettagli del massacro, e di un necroforo che la vestisse per l’ultimo viaggio, quello da cui non si torna. Una povera donna che avrebbe dovuto essere al centro dei pensieri, delle preghiere -per chi ci crede- di un’intera comunità: una morta di tutti, parente di tutti.

Invece, come spesso accade in questi casi, la morte fisica diventa solo un dettaglio, per permettere a tutti di appropriarsi di una morte metaforica: di un argomento che possa diventare un’arma. Pochissimi, in verità, sono stati i commenti da cui percepissi segnali di reale umanità: solidarietà, certo, tanta, ma troppo simile a slogan per non suonarmi falsa come la tolla. Carità, empatia, sentimento di reale vicinanza, hanno latitato, in questa brutta vicenda: in compenso, c’è stato un imbarazzante correre a sfruttare l’evento e, più ancora, gli errori di valutazione che l’evento ha originato.

E questo, con una morta stesa su di un lettino d’obitorio, è volgarità d’animo, prima ancora che sciacallaggio. Per questo, il mio 2020 è terminato con un’amara considerazione sull’umanità: su ciò che siamo diventati.

E, così come l’ho pensata, ve l’ho girata. Inizia il 2021 e, temo, non sarà diverso dal 2020: non vi fidate, amici.

Marco Cimmino