Quando Noi siamo la Natura

In quale rapporto si trovano reciprocamente l’Uomo e la Natura? Alla luce degli ultimi dolorosi eventi che hanno sconvolto la penisola, sembra ora più che mai necessaria – anzi, doverosa – una riflessione in merito: non per spiegare o giustificare ciò che è accaduto; ma, piuttosto, per ritrovare un senso al nostro rapportarci con il mondo.
Non è da sottovalutare: negli ultimi anni, tra gli uomini è sorta la presunzione di ritenersi pari se non maggiori agli dei, grazie all’avanzamento costante della tecnica scevra da ogni riflessione morale. Il che è un problema: nell’istante in cui manca un orientamento etico al progresso, la deriva sociale è lapalissiana.
È chiaro che oggi l’ecosistema non è più considerato: si produce; si consuma; si vive; e si domina lo spazio senza buttare un occhio ai danni e ai loro effetti nel lungo periodo. Lasciamo da parte i problemi sul riscaldamento climatico e l’innalzamento del livello dei mari; e concentriamoci invece sul motivo, sul perché c’è stato questo divorzio dell’uomo dalla natura.
La colpa è in parte delle religioni: se prendiamo la religione greca – e soprattutto quella romana – oltre alle divinità più note come Zeus, Afrodite o Poseidone, c’erano tantissimi dei minori che si occupavano della tutela della casa, della famiglia e così via fino ai campi e alle radure.
Ogni elemento, naturale e artificiale, era sacro. Manometterlo o modificarlo senza la benedizione divina era un peccato capitale. Con il monoteismo, la percezione del mondo mutò radicalmente: il dio assume un’altra prerogativa, più universale e meno particolare. Il mondo è sempre un creato divino, ma è l’Uomo – teoricamente di buon senso – che lo deve proteggere e tutelare: custodire. È una possibile chiave di lettura del Cantico di San Francesco.
Sotto il profilo filosofico si apre un Vaso di Pandora: la Natura è in perenne dialettica con l’Umanità. Potremmo citare Giordano Bruno e il suo panteismo; Giacomo Leopardi e le sue Operette morali; Thomas Hobbes e il suo giusnaturalismo, e così John Locke. In realtà, i filosofi si sono sempre posti la problematica del rapporto che noi abbiamo con il mondo e con la Natura. Ciascuno di loro ha lasciato il proprio contributo.
È il tempo di una nuova riflessione? La prima risposta sarebbe senz’altro affermativa; si dovrebbe, però, scrivere qualcosa di più ampio di un articolo di giornale. Una risposta in questo senso ce la offre Thomas Macho, filosofo austriaco, in un articolo uscito per la rivista filosofica Lo Sguardo un anno fa. Il titolo è già di per sé esaustivo: Animali, umani, macchine (per un umanismo inclusivo).
Si può non concordare con quanto affermato dall’intellettuale d’oltralpe: nello scorrere delle pagine, affronta la problematica sull’identificazione dell’uomo, dell’animale e della macchina – l’androide; giunge ad una conclusione che può lasciare l’amaro in bocca: l’Europa deve arrogarsi la consapevolezza di aver sfruttato se stessa e gli altri continenti, colonizzando ed esportando lo spirito europeo, deformandolo, nel nuovo mondo. I complici di questo abominio furono anche i narcisisti spiriti buoni e liberali.
In tutto questo si è persa la consapevolezza di essere, però, soltanto degli animali. Con la ragione, con il pensiero, con il logos. Ma sempre di animali si tratta, con un leggero senso – a buon diritto? – di superiorità. Dunque, qual è la soluzione? Un possibile viatico, proposto da Pico della Mirandola e rilanciato da Macho stesso, è quello di ripensare la nostra posizione, come esseri umani, nell’ecosistema-mondo.
Cosa vuol dire? Innanzi tutto, non ritenersi a priori superiori, ma in una posizione di medietà che dialoghi con gli altri animali, che si rapporti con loro cioè non adeguandosi ad un veganismo o ad un vegetarianismo modaiolo: il carnivoro, ben venga, ci dev’essere. Non si parla di quello. Piuttosto, di una rimodulazione dell’allevamento, della macellazione e dello sfruttamento sistematico e continuo delle bestie.
Ancora, è necessario un nuovo tipo di relazione pure con il resto, con ciò che non è animale: l’ambiente, nella sua essenza più esplicita ed ampia. Entra qui in gioco l’ecologismo. Certo, non nella sua visione radicale ed estremista; piuttosto, riprendere in mano quella visione bucolica del rapporto con ciò-che-ci-è-attorno presente prima dell’avvento del Cristianesimo e del monoteismo in generale.
Senza nulla togliere alla portata teologica e religiosa delle grandi religioni storiche. Piuttosto, evidenziamo un distinguo sulla sensibilità che gli antichi avevano verso l’ambiente e gli animali che ad oggi noi manca. Riprendiamo in mano Lucrezio, Virgilio, Esiodo, Aristotele, Democrito; ma anche Galileo Galilei, Isaac Newton o lo stesso Giordano Bruno: solo dall’antico il moderno potrà trovare il nuovo approccio alla Natura. Anche se sperare nella fine della deforestazione o dell’abusivismo edilizio sembra ancora una bella utopia.
Alessandro Soldà