Gli “anni di piombo”, fra disinteresse e connivenze

Questa settimana, ho partecipato a una conferenza sul tema degli “anni di piombo” a Bergamo. Dovete sapere che la tranquillissima Bergamo, alla fine degli anni Settanta, era diventata una sorta di base logistica di Prima Linea: uno dei gruppi terroristici più feroci, con all’attivo decine di omicidi e ferimenti di magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici.

Mi era compagno Tino Palestra, che, all’inizio degli anni Ottanta, era stato il giudice istruttore del celebre ‘processone’ a Prima Linea, che si era tenuto nella, allora nuovissima, aula bunker del carcere bergamasco. Molte cose interessanti sono emerse nel corso della serata, tra relazioni e interventi del pubblico: di una in particolare, però, vorrei dirvi, perché credo che abbia qualche affinità con analoghi fenomeni trentini.

Si tratta del modo in cui la nascita di queste attività eversive e la loro escalation nel tempo siano state percepite e accolte dalla comunità e dallo Stato. Per quel che riguarda i cittadini, mi pare di poter dire che tanto Bergamo quanto Trento, città pacifiche e laboriose, con una significativa esperienza cattolica alle spalle, abbiano sottovalutato, perlomeno agli inizi, la portata del movimento che stava maturando nelle università e nelle scuole e che, quando il fenomeno è definitivamente esploso, se ne siano quasi disinteressate, limitandosi a continuare la propria vita, come se convivessero, in un’unica comunità due personalità distinte.

Una sorta di bipolarismo sociale o di schizofrenia, che ha permesso alla maggioranza, civile e del tutto non violenta, di proseguire la propria esistenza, a prescindere dalle sacche di devianza. La cosa più inquietante storicamente, però, fu l’atteggiamento dello Stato, nelle sue manifestazioni sia locali che centrali: nelle testimonianze convergenti di molteplici autorevoli testimoni di quegli eventi, lo Stato brilla sempre per la sua assenza. In definitiva, fino a quando la violenza rossa non è giunta a colpire direttamente i gangli delle istituzioni (penso al sequestro Moro, ad esempio), le reazioni delle forze dell’ordine sono sempre state piuttosto blande e, talvolta, decisamente neghittose, anche se sia le BR che PL erano state abbondantemente infiltrate e, spesso, si conoscevano perfettamente gli autori di attentati e azioni eversive.

Solo che non li si voleva colpire. La domanda che ci siamo posti nella serata bergamasca e che gli storici (perlomeno quelli che osano affrontare certi temi) si pongono è: perché l’eversione di sinistra godette di questa protezione, che, in qualche modo, pare essere ancora attiva, in certe situazioni? Sottovalutazione del fenomeno? Debolezza operativa? Va detto che il terrorismo rosso, in quel periodo, godeva della simpatia e del sostanziale fiancheggiamento di centinaia di migliaia di militanti della sinistra, tanto estrema che salottiera.

Sarà bastato questo ad indurre una certa prudenza nelle istituzioni? Oppure questi fenomeni eversivi erano, in qualche misura, funzionali alla visione del potere, esattamente come il terrorismo di destra? Fatto si è che questi nemici dello Stato spesso non furono trattati da nemici, da parte dello Stato: ebbero enormi vantaggi premiali, detenzioni lampo, riabilitazioni miracolose e, spesso, oggi ce li troviamo in cattedra, a spiegarci cosa siano pace, concordia e democrazia. Infine e soprattutto, nessuno ha ancora scritto una storia di quegli anni che non sia apologetica o reticente nei confronti di certi personaggi e di certi delitti.

A Trento, qualche anno fa, in occasione di una presentazione di un libro sugli “anni di piombo” sventolava uno striscione: “Sociologia non si tocca!”. Forse forse, è venuto il momento di toccarla, invece. E di spiegare che i “compagni che sbagliano” erano soltanto degli assassini, accecati da ideologie dementi e sconfitte dalla storia.

Per il bene dei nostri figli.

Marco Cimmino