Arene miserande: l’odierno terreno di confronto.

Ho letto sui social molti commenti relativi all’apparizione televisiva di Franco Cardini e, soprattutto, di Marco Tarchi: l’evento è di notevole pregnanza e, perciò, credo meriti una riflessione.

Tanto per cominciare, vedere in un parlatoio televisivo due uomini che, sia pure con caratteristiche e collocazioni assai diverse, si possono certamente definire di destra, rappresenta, di per sé, una piacevole novità. Il fatto, poi, che non si tratti di qualche urlatore da piazza o di qualche polemista da avanspettacolo, messo lì per avvalorare il teorema della destra becera e ignorante, ma di due conclamati studiosi, rende ancora più preziosa la circostanza.

Che questo, infine, avvenga in una trasmissione di una rete televisiva palesemente schierata a sinistra e con un conduttore di chiarissima matrice politica, ci dà un segnale importante, sia pure leggermente controverso, dal punto di vista antropologico, prima che culturale.

Insomma, non si capisce se si sia trattato di un’apertura o di un trappolone: se voleva essere una trappola, credo di poter dire che si sia rivoltata contro i cacciatori. Tra il pubblico di destra, molti hanno plaudito alla cosa, ma parecchi hanno anche manifestato, in modo più o meno articolato e civile, la propria contrarietà per la scelta dei due pensatori: con il nemico non si discute e non si parla, in definitiva, è il pensiero di questi manichei da tastiera.

Il che, se permettete, mi pare una fesseria. Se il campo di battaglia è l’arena pubblica, il nemico va affrontato e battuto in quell’arena: non importa se sia miseranda culturalmente e periclitante politicamente. Ammesso che sia una guerra ciò di cui stiamo parlando, è lì che si combatte. Bene, dunque, hanno fatto Cardini e Tarchi ad accettare l’invito: anche perché, come si diceva, non è cosa che avvenga ogni giorno.

E, dopo la figuraccia collezionata da Andrea Scanzi, che avrebbe dovuto essere il castigamatti della serata, credo che passerà un bel po’ di tempo prima che si ripeta l’esperimento. Perché, per chi abbia avuto la ventura di assistere alla disfida della Sette, il gap culturale, ma prima ancora metodologico, tra i due docenti universitari e Scanzi è apparso da subito impietoso: da una parte analisi e sapere e, dall’altra, sorrisetti, smorfie e frasi fatte.

Insomma, chi sembrava essere venuto su a Tex e canzoncine era il giornalista (ora, mi dicono, promosso scrittore sul campo), non certo gli altri due. Ed è immediatamente apparsa la tattica, tristissima una volta svelata, di rispondere ai ragionamenti con le battute e ai fatti con le faccine buffe: che è, d’altro canto, il modo tipico di procedere di certa sinistra, quando viene messa di fronte alla realtà fenomenica e non si muove nella comfort zone del suo videogioco psicopolitico.

Anche per questo, ben vengano i professori di destra nei programmini per decerebrati: per portare una ventata di scienza e di buonsenso nel magico mondo di Oz Tse Tung. E, un colpetto alla volta, una figuraccia alla volta, un neurone alla volta, chissà che i decerebrati non si sveglino dal coma: non aprano gli occhi, non balbettino qualche sintagma articolato.

E chissà che, un giorno, non mettano alla porta i vari Scanzi, Giannini, Gruber, con le loro allusioni senza fondamento, i loro pregiudizi pelosi, la loro correttezza politica che nasconde un’ipocrisia colossale.

Io, che sono notoriamente un pessimista, ho ricevuto una piccola scossa di speranza da quel che ho visto: e nessuna remora.

Segur que tomba, tomba, tomba…

Marco Cimmino