Dalla nascita della Lega Nord Trentino a oggi: intervista ad Alessandro Savoi

La Lega, oggi principale forza di governo del Trentino, ha una lunga storia, fatti di sacrifici e di aneddoti, tra difficoltà e battaglie identitarie. La fondazione della sezione trentina del partito risale al marzo del 1991, quando l’oggi Consigliere provinciale Alessandro Savoi e l’allora Vicesindaco di Cembra Alessandro Zanotelli, esponente del PATT, diedero vita a una “Lega” trentina in Val di Cembra. L’atto costitutivo firmato dal notaio è datato 20 maggio 1991, con “padri fondatori” Savoi, Sergio Divina (in seguito Senatore della Repubblica), Marco Tomasi, Fernando Frachetti, Bruno Compagna, Flavio Sandri, Lionello Leonardelli e Paolo Primon.

Protagonista dei prodromi della Lega è certamente Alessandro Savoi: classe ’58, responsabile del Servizio Finanziario del Comune di Cembra dal 1984 e fondatore della Lega Nord Trentino nel 1991, di cui è stato Segretario politico nazionale dal 1995 al 1999 divenendone Presidente nazionale nel 2005. Ha ricoperto gli incarichi di Consigliere provinciale e regionale in due diverse occasioni, dal 2008 al 2013 e dal 2018. Di seguito, si riporta un’intervista rilasciata dal Consigliere provinciale in merito al periodo della nascita della Lega fino ad arrivare alla Dichiarazione d’indipendenza della Padania (15 settembre 1996), momento al quale Alessandro Savoi ha partecipato.

Lei è stato tra i fondatori della Lega Nord Trentino, una provincia nella quale le richieste autonomistiche hanno sempre avuto un’importanza notevole. Quali sono le radici storiche, culturali e partitiche della vostra speciale Autonomia?

Nel Dopoguerra è nato l’ASAR (Associazione Studi Autonomistici Regionali, ndr), il Partito Popolare Trentino Tirolese, l’Autonomia e quindi è sempre stata una terra in cui il tema è stato centralissimo, essendo tra l’altro una Regione a statuto speciale. L’Autonomia del Trentino-Alto Adige, unica al mondo, è dovuta ai fatti della Prima Guerra Mondiale: prima eravamo sotto l’Impero austro-ungarico, tanto che i nostri nonni combatterono come soldati contro austriaci contro l’Italia, poi nel 1918 il Trentino-Alto Adige fu annesso all’Italia. Non fu possibile rivendicare subito l’Autonomia, perché da un lato bisognava tutelare la popolazione dell’Alto Adige di maggioranza tedesca, dall’altro era salito al potere il fascismo che cercava di nazionalizzare e centralizzare il potere. Tutte le spinte autonomistiche di libertà furono represse fino al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Chi è stato il principale artefice dell’Autonomia?

Noi siamo stati fortunati perché avevamo Alcide De Gasperi che era trentino e che da Presidente del Consiglio e leader della Democrazia Cristiana riuscì a portare queste istanze al governo e a fare in modo che agli accordi internazionali di Parigi a questa regione venisse riconosciuta una particolarità, un’Autonomia proprio per la sua storia ma soprattutto per il fatto che vivono nel nostro territorio molte minoranze linguistiche: la comunità tedesca altoatesina, la Val di Fassa in cui si parla ladino, la Val dei Mocheni dove convivono le popolazioni dei cimbri e dei mocheni, quindi è stato firmato nel 1946 l’accordo tra De Gasperi e Gruber (Ministro degli esteri austriaco nel ’46, ndr) per formare la Regione Trentino-Alto Adige ed è poi stato redatto uno statuto nel quale veniva data ampia Autonomia e tantissime competenze in campo regionale. Nel 1997, invece, con la Riforma Bassanini è stato possibile rendere l’Autonomia una questione anche provinciale: oggi Trento può fare la riforma della scuola come vuole e Bolzano può fare la sua; Trento gestisce la sanità in un modo e Bolzano può farlo diversamente. Anche nelle competenze regionali, come il catasto, le due province hanno ampia autonomia.

Ma in una regione con un’Autonomia così forte, la Lega è nata per rispondere a quale esigenza?

In Trentino negli anni ’60-’70 dominava la Democrazia Cristiana: qui viaggiava intorno al 50% e aveva la maggioranza assoluta del Consiglio provinciale; a Bolzano invece la stragrande maggioranza era posseduta dalla Südtiroler Volkspartei, di lingua tedesca, che raggruppava un po’ tutte le anime, dai contadini agli imprenditori, agli artigiani, cioè le varie anime che hanno costituito il partito. In Trentino c’era invece il Partito Popolare Sudtirolese poi divenuto l’attuale PATT, Partito Autonomista Trentino Tirolese. Negli anni ’80 ho finito la scuola e lì la maggioranza degli studenti era di sinistra più per moda che per il resto, io invece mi sono avvicinato al mondo autonomista. Ho iniziato a studiare il movimento della Lega Lombarda, che nel 1987 aveva eletto al Senato Umberto Bossi. Bossi era un estimatore del Trentino. Diceva sempre: “Se il Trentino ha questa Autonomia, noi vogliamo che anche la Lombardia abbia un’autonomia forte, spinta”. L’Autonomia che ha il Trentino rimarrà una nostra caratteristica unica, però le lamentele delle Regioni virtuose come Veneto, Lombardia e tutto il Nord Italia, di vedere il PIL da loro prodotto terminare nelle casse di Roma attraverso le quali viene mantenuto il Mezzogiorno meno produttivo e più assistenzialista, erano lamentele sensate. “Perché non facciamo anche in Trentino una Lega che vada a confluire nella confederazione di Nazioni lanciata con la fusione del 1991 nella Lega Nord, per portare avanti il discorso federalista?” mi sono detto e ho fondato la Lega. L’abbiamo fatto per confermare la nostra Autonomia e rafforzarla prendendo ulteriori competenze: nel 1998 abbiamo ottenuto la competenza sulle strade, prima era statale.

Uno dei compagni d’avventura della prima Lega trentina è stato Enzo Erminio Boso, eletto al Senato della Repubblica nel 1992…

Boso era un buono e generoso, di persone come lui ne ho viste poche. Ogni volta che andavamo a pranzo o da qualche parte era sempre disposto a offrire, poi andava a parlare e sembrava un demonio ma in realtà era un buono e anche timido, nonostante sembrasse spavaldo. A parole era uno spaccone, in realtà non toccava neanche una mosca. Però era uno che si faceva rispettare e quindi ogni tanto serviva dicesse “Cavolo, adesso si fa così!” e tutti dovevano fare come diceva lui. Ora con i miei colleghi è più facile: quando è nato Moranduzzo (attuale Consigliere provinciale della Lega, ndr) io ero già leghista! Mi manca molto Boso, purtroppo è scomparso da ormai tre anni.

Quali sono stati i temi che avete toccato per ottenere il consenso in Trentino-Alto Adige, dove vige un regime di Autonomia anche fiscale?

Il tema della sicurezza è stato sempre un cavallo di battaglia della Lega, così come l’immigrazione. Il tema cruciale è stato però la rappresentatività: l’SVP è sempre riuscita, pur alleandosi spesso col centro-sinistra, a farsi rispettare perché prendeva quei 4-5 parlamentari cruciali per le maggioranze nelle Camere, mentre il Trentino era sempre inchine al Governo e i parlamentari trentino non si adoperavano più di tanto per difendere i diritti. Abbiamo usato il tema dell’Autonomia in pericolo, volevamo la conferma dello Statuto che ci consentiva di trattenere il 90% delle risorse, mentre oggi il Trentino prende tra il 60 e il 70% perché il resto va in solidarietà alle altre Regioni. Noi abbiamo cercato di motivare la nostra adesione alla Lega dicendo “La Lega è libertà”, “Libertà di impresa”, “Prima la nostra gente”, “Le case popolari vanno ai trentini”, “Gli appalti prima di tutto vanno ai trentini”. Poi, chiaramente, abbiamo avuto alti e bassi: nel ’96, quando sono entrato a far parte del Consiglio federale a Milano, Bossi spinse forte dicendo “Ragazzi, qua a Roma non esce niente, noi prendiamo un sacco di voti ma dai governi sia che siamo in maggioranza sia che siamo all’opposizione non riusciamo a portare a casa più di tanto. A queste condizioni non ci stiamo, non possiamo andare avanti. Al Nord non ci riconoscono, non danno niente ai lombardi, ai liguri, ai veneti, agli emiliani…dobbiamo lanciare l’indipendentismo”.

E siete così arrivati alla dichiarazione d’indipendenza del 15 settembre 1996…

Io e Boso eravamo i leader dell’indipendentismo trentino. Noi avevamo già l’Autonomia e quindi sapevamo cosa significasse, a maggior ragione abbiamo spinto per questa proposta di Bossi di lanciare la secessione con una grande manifestazione. Il 15 settembre a Venezia ero l’unico trentino sul palco: ho giurato per la Padania a nome di tutti i trentini come segretario politico e per qualche mese a Roma non sapevano nemmeno quanti soldi avevano in tasca, perché la manifestazione portò circa due milioni di persone lungo le Rive del Po, nel corso della tre giorni organizzata dalla Lega. A Venezia c’era tantissima gente, in Trentin avevamo organizzato addirittura quattro feste per quell’occasione: a Riva, a Trento, a Cavalese…Poi c’è stato il grandissimo discorso di Bossi e abbiamo giurato tutti per la Dichiarazione d’Indipendenza della Padania. Sempre nel 1996 ricordo che eravamo a Ponte di Legno, alla festa della Lega, e abbiamo presentato il calendario della Padania.

Ci sono state ripercussioni per quella Dichiarazione?

Conservo ancora la prima pagina del primo numero de La Padania dell’8 gennaio 1997: “Savoi rischia l’ergastolo”. A Venezia abbiamo ammainato la bandiera italiana e issato quella padana. Siamo stati tutti inquisiti per la giornata di Venezia e ci hanno processato per vent’anni! Ci hanno detto che le camicie verdi erano come le camicie nere e volevano applicare il Codice Rocco che prevede l’ergastolo. Sono stato assolto, alla fine, però ho dovuto presentare una quantità di carte…Prima hanno chiesto l’ergastolo, poi hanno abbassato la richiesta a 10 anni: sono stato difeso dall’attuale governatore della Lombardia, Attilio Fontana. Noi eravamo lì, in abiti eleganti, a chiedere l’Indipendenza della Padania. Per i PM eravamo fascisti, camicie nere, contro l’Italia. Per vent’anni ho fatto avanti e indietro da Verona per questo processo.

Perché è fallito il progetto indipendentista della Padania?

Al Nord non fu capito effettivamente l’indipendentismo: pur avendo avuto una grande affluenza, la maggior parte della popolazione non era propensa alla spinta secessionista e nel periodo dal 1997 al 2000 non c’era più né al Nord né tantomeno in Trentino la condizione di avere una maggioranza assoluta per volere questa indipendenza e la spinta è andata a sfumare. Abbiamo cercato di andare al Governo nel 2001 di nuovo con Berlusconi, ma fino al 2006 non abbiamo portato a casa più di tanto. Poi è arrivato Prodi e la malattia di Bossi nel 2004. Le difficoltà sono arrivate dopo la caduta del Governo Berlusconi IV: l’Europa, i grandi poteri e le banche non hanno mai visto favorevolmente il fenomeno Lega perché siamo altamente popolari ma anche un pericolo perché il Nord è una potenza economica più forte della Baviera e della Francia. Un Nord staccato, che chiede autonomia, produce e vuole mantenere le sue risorse sarebbe stato un disastro per gli altri. Noi speriamo che anche il Sud abbia quello scatto d’orgoglio di dire “Anche noi vogliamo l’Autonomia, vogliamo governarci bene, vogliamo fare le cose per bene”. Poi, la solidarietà del Nord c’è sempre stata: il fondo perequativo, il finanziamento per chi è in difficoltà non si nega a nessuno, però il Nord è stufo…se fra cinque, dieci anni le cose saranno ancora così, io credo che crescerà fortemente la voglia di separazione, di secessione. Se non arrivano risposte alle Regioni che producono, prima o poi il problema salterà fuori. Il Sud deve cominciare a capire che bisogna lavorare seriamente, pagare quel che si deve pagare, che poi chi vorrà lavorare verrà aiutato con incentivi, investimenti e contributi; non possono sempre sperare che sia il Nord a pagare.

Con Salvini, la Lega ha assunto una svolta “nazionalista”, che ne pensa?

Noi siamo nati per l’Autonomia e il federalismo, non ce li hanno dati e abbiamo scelto la secessione, non è passata e allora abbiamo fatto partire il progetto nazionale per dare a tutte le Regioni l’Autonomia, integrata da un fondo perequativo. La Lega non è cambiata, è cambiato il mondo ma il progetto è sempre quello: federalismo, Autonomia forte, fortissima, Buongoverno, sicurezza, prima la nostra gente, prima le nostre cose, mangiare italiano, i nostri prodotti, far stare bene la nostra gente.

Come riassumerebbe la sua appartenenza leghista in poche parole?

In tre parole: coerenza, fedeltà e amore. Devi essere coerente perché poi la gente ti premia; devi essere fedele ai segretari che ci sono stati e a quelli che verranno perché altrimenti non ha senso stare nella Lega; devi poi amare il partito e i suoi interessi, anteponendoli ai propri. Se sei coerente, fedele e innamorato del partito, poi la gente ti premia; se sei una banderuola, la gente non ti premia. Ci voglia un anno o ne servano trenta, ma se sei coerente alla realizzazione del progetto ci arrivi. La Lega sarà l’unico movimento politico che piegherà la storia italiana, se avremo la forza, il coraggio e le persone giuste.

Intervista di Riccardo Ficara Pigini

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Laureato in Scienze Storiche e Giornalista pubblicista dal 2021. Collabora col Secolo Trentino dal 2014, occupandosi di cultura, società e politica.