Bruxelles. «Senza dubbio Lampedusa è la fine dell’Europa. Il mar Mediterraneo ne è la fine dal punto di vista morale». Ad affermarlo, senza mezzi termini e con una dura stoccata verso quelle che sono le istituzioni europee tutte, è Francesco, niente di meno che – contrariamente ad ogni più classica previsione – attivista da moltissimi anni della Ong Mediterranean Hope, a Lampedusa. «L’Europa? è morta», risponde deluso alla nostra domanda, «così come il concetto stesso di Europa in questo mare». Ma una speranza c’è ancora. 

A darcela, con i suoi occhi lucidi mentre ci racconta cos’è diventata oggi quello “scoglio del mediterraneo”, come viene definita Lampedusa nel mondo, è il medico dei migranti; Pietro Bartolo.

«Qualcuno dice che l’Europa finisce a Lampedusa. No, l’Europa comincia a Lampedusa».

L’intervista con l’onorevole Pietro Bartolo

«Noi – ci ricorda dal divano di casa sua, a Lampedusa – questo mare non lo vogliamo pensare chiuso, così come vorrebbero i pescatori lampedusani – attualmente un po’ plagiati, perché loro sono da sempre accoglienti, nonostante una fase attuale di smarrimento. Lampedusa è sempre stata accogliente. Il signore l’ha messa qua forse perché è sempre stata un punto di ricovero di chi ha viaggiato nel mediterraneo.  Un punto di salvezza per tutti quelli che navigavano in questo mare. Ed è strategica da questo punto di vista». Ma oggi serve tornare ad interrogarsi nuovamente su tutto ciò che nel mediterraneo, e con esso in Europa, sta accadendo dopo anni di omissioni, silenzi e indifferenza.

«Sai Pietro», mi dicevo tra me e me, «vedrai che fra poco cambierà tutto». «Fra un mese, due mesi, tre mesi, invece non cambia nulla. E tutto questo ti fa male, tanto male, perché stiamo parlando di persone».

In quel mare diventato un cimitero: ci sono più di 20mila persone affogate.

E a dimostrare il suo essere un’isola strategica sono i dati del Ministero dell’Interno, attraverso il cruscotto che giornalmente, da sempre, monitora una situazione che nel corso degli ultimi mesi ha visto intensificare gli arrivi dalle coste nord africane verso l’Italia, ma anche Malta. I primi due avamposti europei. Nel solo mese di agosto ne sono arrivati 5323 (nel mese di luglio erano stati 7.067 contro i soli 1.088 dello scorso anno), mentre sono oramai più di 21.417 i nuovi arrivi da inizio anno, contro i soli 6543 registrati nel 2019 (in tutto il 2018 si era arrivati invece a 20825). Complessivamente, dunque, sono più che triplicati. A monitorare la situazione anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che controlla quella che è la situazione nel Mediterraneo, ma non solo. Persone che arrivano via mare in Italia, Malta e Cipro, ma anche via terra in Grecia e Spagna o attraverso quella che più comunemente viene definita “la rotta dei Balcani”.

Le rotte, le morti, i dispersi. Una sfida costante, tra business, sfruttamenti, rapimenti e riscatti. A rimetterci, in questo traffico costante di esseri umani, siamo tutti noi. “Scacco matto all’umanità”.

Migliaia di persone, al di là di come li si vogliano chiamare, che ogni giorno decidono, lottando tra la vita e la morte, di affrontare dure traversate. «Ho visto i miei amici morire su quei barconi. Io, dopo aver racimolato qualche soldo lavorando qua e là, ci ho provato due volte», afferma Samir, un ragazzo di 27 anni con l’unico sogno nel cassetto di poter, un giorno, diventare cittadino europeo e andare all’Università. Diventare ingegnere. «Eravamo una settantina sul barcone, per lo più provenienti dalla Somalia, per fortuna questa volta, dopo quattordici ore di traversata e ben 1500 dollari per un posto sulla barca, è andata bene».

Ma la trafila burocratica per il “foglio del via” è appena iniziata. E non è detto che ne abbia diritto. 

Un dibattito che, come ci hanno confermato alcune fonti in Grecia (come Giulia, Direttrice dei Programmi & Advocacy per Still I Rise, nonché cofondatrice della Onlus Still I Rise, proprio con Nicolò Govoni, 27enne di Cremona tra i candidati premi Nobel per la pace per aver aperto la prima scuola per rifugiati nel campo sull’isola greca di Samos), è in corso da anni all’interno delle istituzioni europee, ma in cui ben poco, soprattutto per le persone in attesa nei campi di Samos, così come di Lesvos (Mória), è stato fatto. Basti considerare le indicibili condizioni in cui queste persone devono vivere, in campi come quello di Samos, costruito per ospitare 648 richiedenti asilo, in cui i rifugiati sono al momento 6.400. Dimenticati da tutto e tutti. Qualcuno, sostiene, anche da quella stessa Unione europea che a parole affermerebbe di volerli accogliere. Lì, dove gli stessi valori europei rischiano ogni giorno di crollare sotto il peso di aspettative che implodono sotto al gravame di interessi ben più grandi, tra finanziamenti e logiche da cui proprio Nicolò Govoni, – ci racconta in una video intervista su zoom – con la sua Onlus, ha voluto svincolarsi. Per operare autonomamente in quelli che, come li ha definiti Cristin Cappelletti, giornalista di Open, sono e sembrano a tutti gli effetti “inferni a cielo aperto”, costruiti dall’Europa sulle isole di Leros, Chios, Lesbos e Kira, in cui molti, tra cui minori non accompagnati, non hanno accesso all’istruzione. E, nel dibattito sullo stato dell’Unione intrapreso mercoledì scorso da Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, un altro campo sarebbe pronto ad essere costruito per tentare di migliorare quelle stesse condizioni di vita attualmente al limite della sopportazione e di ogni diritto umano. Un po’, forse, come nascondere la polvere sotto al tappeto. Ma, ci si augura, sia quantomeno un inizio. L’ennesimo. 

Commissione europea, 22 settembre 2020. Ph. Giuseppe Papalia.

D’altronde, l’Unione da anni discute e si interroga su come poter rispondere, in maniera unilaterale e coesa, a questo fenomeno.

Se ne parlò già nell’ottobre del 2019, al Parlamento europeo. Di fronte alla commissione per le libertà civili, sottocommissione per i diritti umani, molti membri ed eurodeputati si interrogarono anche sullo stato di diritto di questi rifugiati, così come delle condizioni di queste persone nei centri di detenzione libici, ma anche sulle procedure utilizzate dalla guardia costiera del Paese nei soccorsi in mare. I dati furono disarmanti. Quello che emerse in quell’occasione, in un dibattito con i rappresentanti del Servizio europeo per l’azione esterna e della Commissione europea, fece emergere una serie di numeri molto preoccupanti. Secondo quanto denunciò l’UNHCR, la Libia ospitava, a fine 2019, oltre 45.000 rifugiati e richiedenti asilo registrati, oltre a centinaia di migliaia di persone sfollate all’interno del paese a causa della violenza e dell’instabilità, così come molti migranti non registrati, per lo più africani. Più di 4.400 rifugiati e migranti sono attualmente detenuti in centri di detenzione, a volte colpiti da attacchi aerei mortali. Finora, nel 2019, l’OIM stima che 9.944 persone abbiano raggiunto l’Italia dalla Libia, mentre 695 persone sono morte nel tentativo di attraversare il confine e 8.309 sono state rimpatriate. 

Nell’ambito della task force UA-UE-ONU, l’UE – fa sapere attraverso un comunicato stampa in merito alla task force stessa – «contribuisce agli sforzi delle agenzie dell’Onu per far uscire la popolazione dalla Libia». Ma la stessa UNHCR, a seguito della missione degli osservatori internazionali nel paese, ha denunciato il deterioramento delle condizioni di detenzione dei migranti in Libia, giudicando “disumana” la cooperazione dell’Unione Europea con questo Paese. C’è anche un monito diretto all’Italia accusata di ignorare la violazione dei diritti umani in Libia rincorrendo l’unico obiettivo di fermare le partenze dei migranti.

La situazione in Libia, tra centri di detenzione libici (veri e propri lager) e procedure di soccorso della guardia costiera libica. 

«Che l’Italia possa fare un accordo del genere – il riferimento è al rinnovo, con il Governo giallo-rosso Conte bis, del memorandum Italia-Libia, ndr. – è gravissimo». Ad affermarlo, in un flash back temporale che ci riporta ad affrontare più tappe di questo complicatissimo percorso che ancora oggi non vede una fine, è nuovamente l’onorevole Pietro Bartolo, per vent’anni medico a Lampedusa. Lo fa direttamente dal divano di casa sua, tra onorificenze, premi, foto ricordo di famiglia, anni passati in quell’isola, tra lavoro (per lo più martoriante) e piccole, grandi soddisfazioni. «Fra qualche anno – ci dice rammaricato per ciò che sta avvenendo al governo attualmente – quando tutto questo sarà finito (ed io mi auguro domani, non fra qualche anno) e si andranno a scoprire le carte – quello che è successo in Libia, tutte quelle fosse comuni, quelle cose indicibili, perché ci sono cose che nemmeno si possono dire – saremo attaccati dai nostri figli, dai nostri nipoti, che ci diranno: ma voi dove eravate? Che cosa avete fatto? Niente. Non abbiamo fatto niente». Lo dice quasi con le lacrime agli occhi. Lui, il “medico di Lampedusa” così come tutti lo chiamano ancora sulla piccola isola nonostante da un anno sia divenuto europarlamentare.

Pietro Bartolo seduto sullo scoglio nella punta più a sud dell’isola Lampedusana, quella rivolta verso le coste nord africane, con alle spalle la “porta d’europea”, un monumento dell’artista Mimmo Paladino, fortemente voluto da Amani e Arnoldo Mosca Mondadori, alla memoria dei migranti deceduti in mare.

«Abbiamo acconsentito, – denuncia – ci siamo addirittura girati dall’altra parte per tutto quell’orrore. Abbiamo fatto accordi. Non abbiamo neanche l’alibi di dire “noi non sapevamo”. Sono trent’anni che sappiamo quello che succede in Libia a queste persone (io ne ho viste le ferite, ne ho sentito le storie, ho raccontato pure queste cose, inaccettabili e vergognose). Non avremo nemmeno l’alibi di dire che noi non sapevamo, così com’è successo nel passato con i campi di concentramento. Lo sappiamo quello che succede tutti i giorni, quanta gente muore nel mediterraneo. Non ce lo deve raccontare nessuno, io li ho visti, li ho toccati. Ne ho fatte migliaia di ispezioni cadaveriche, su bambini, donne. E perché tutto questo?»

E quello che succede in Libia resta in Libia, nonostante tutti già sappiano.

Sulla base delle testimonianze dei rappresentanti dell’UNHCR, dell’OIM, di Medici Senza Frontiere e del Comitato Internazionale di Soccorso, così come delle varie testimonianze raccolte, l’ultima quella di Amnesty International in un nuovo rapporto intitolato “Tra la vita e la morte” (VAI AL DOCUMENTO), non è improbabile sentire raccontare storie che proprio in Libia trovano riscontro di violazioni contro ogni diritto umano tra stupri, omicidi, mutilazioni e violazioni di ogni genere su minori, donne e uomini di ogni sesso, razza ed età. Senza alcuna distinzione.

A confermarcelo è un ragazzo di 26 anni, nel centro di prima accoglienza a Malta. «Guarda – ci mostra indicando quelle che sono alcune cicatrici sul suo braccio, che coprono e si estendono fino alla spalla – queste me le hanno fatte in Libia. Fanculo la Libia, Fanculo l’Europa». I suoi occhi raccontano e lasciano trasparire tutta la rabbia, tutto l’orrore di quei segni di sfregio sul suo corpo. L’Europa? «Non mi aspetto più niente», ci dice rammaricato. Come dargli torto? Secondo l’International Organization for Migration, quest’anno più di 7.600 migranti sono stati intercettati nel Mediterraneo e riportati in Libia, con la complicità – indiretta – dell’Unione Europea. Spesso rinchiusi in campi non ufficiali, la situazione dei migranti in Libia è disperata, con atti di tortura sistematica e stupri documentati da tempo dalle organizzazioni per i diritti umani e dai media internazionali di tutto il mondo.

Alcune tendopoli predisposte dall’Alto commissariato delle nazioni unite, a Malta. di Giuseppe Papalia

Oltre le logiche partitiche, verso il buon senso.

E allora, per riprendere la domanda dell’Onorevole Bartolo, che – oltre ogni aspettativa – su questo va di pari passi con l’altro eurodeputato di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini, – che, a differenza di Bartolo, chiede tuttavia un blocco navale per impedire le partenze direttamente dai Paesi d’origine, senza troppe Ong in mare. Linea questa condivisa anche da Bartolo stesso, che ne ha riconosciuto il valore e l’importanza nei molteplici salvataggi in mare, ma ha tuttavia espresso qualche perplessità sul fatto se sia questa o meno la strada giusta da seguire. «Quando si dice che le Ong ci guadagnano, ci lucrano, io dico che proprio grazie a loro si sono salvate migliaia e migliaia di persone. Ma è altrettanto vero che ora le Ong se ne devono andare. Perché ci puoi mettere tutte le Ong di questo mondo, ci puoi mettere tutte le navi di questo mondo, ma la gente continua a morire. Questa non è la strada giusta». «Per noi il mare è la vita e deve tornare ad essere la vita. Non può essere la strada giusta per fare arrivare queste persone».

E la guardia costiera libica non è la sola “sotto processo”.

Anche Malta e le autorità maltesi, soprattutto durante il corso di queste ultime settimane, sono state più volte messe all’indice dalla Ong Sea Watch per aver “aiutato” i migranti a raggiungere la penisola italiana nonostante la distanza e le precarie condizioni in cui versano su barconi troppo piccoli o senza adeguate misure di sicurezza in condizioni meteo discutibili, piuttosto che a soccorrerli e portarli a La Valletta

 L’episodio a cui fa riferimento la Ong è quello del gommone con 67 migranti a bordo, avvistato il 29 agosto scorso dal velivolo Moonbird a “25 miglia nautiche” da Malta e giunto il 30 agosto in autonomia a Pachino, nel siracusano. «A 2 miglia si trova la motovedetta maltese P24 che non risponde alle chiamate radio del nostro equipaggio e si sta allontanando», scriveva quel giorno la Ong su Twitter, ripreso successivamente da Alarm Phone. In un secondo avvistamento, avvenuto alle 16.07 dello stesso giorno, i migranti indossano i giubbotti di salvataggio a «13 miglia nautiche» da Malta. La Ong pubblica le foto dei due avvistamenti. «Limitandosi a distribuire salvagenti», scrive la Ong su Twitter, Malta «ha illegalmente abbandonato il gommone obbligandolo a percorrere altre 60 miglia nautiche con un rischio continuo e concreto di naufragio».

Il centro di prima accoglienza a Malta, tra container e una situazione decisamente più sostenibile rispetto a Lampedusa. di Giuseppe Papalia

Un problema comunitario. Una sfida a cui l’Unione europea potrà rispondere solo in maniera unilaterale e (veramente) coesa.

L’accusa mossa dalla nota Ong vedrebbe dunque, soprattutto nell’ultima ondata di arrivi in Italia, una non estranea responsabilità e complicità di Malta nel dirottare i migranti altrove, chiudendo loro i porti e venendo meno proprio a ciò che mercoledì scorso Ursula Von Der Leyen esortava a fare, rivolgendosi agli europarlamentari di tutti gli Stati membri: «rispondere all’obbligo morale ed etico di aiutare queste persone», rispondendo così ad un problema che, occorrerebbe riconoscerlo una volta per tutte, è prima di tutto comunitario e, proprio in ragione di alcuni cambiamenti, come quelli ambientali su cui la presidente della Commissione europea ha improntato l’azione della sua nuova legislatura, vedrà negli anni l’intensificarsi delle rotte. Ma, certifica un rapporto aggiornato nel 2019 della Banca mondiale sulle migrazioni climatiche, se non saremo in grado di cambiare lo stato attuale delle cose, «il cambiamento climatico, che sta già avendo un impatto sugli spostamenti della popolazione mondiale, potrebbe portare il fenomeno ad intensificarsi», afferma John Roome, responsabile dei cambiamenti climatici presso la Banca Mondiale. In particolare, il rapporto, che concentra l’attenzione su tre regioni, come l’Africa sub – sahariana, l’Asia del Sud e l’America latina, che rappresentano il 55% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo, potrebbero subire degli spostamenti, al di là dei conflitti armati, di un’ampiezza pari a 143 milioni di persone entro il 2050. Una sfida a cui l’Unione europea potrà rispondere solo in maniera unilaterale e coesa nonostante ancora molti esperti dibattano sull’effettivo status di migrante climatico. Ad oggi relegato a secondario dietro a coloro che sono identificati come profughi di guerra o rifugiati politici in attesa di protezione internazionale, come recita l’articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951

Situazione al limite anche a Lampedusa, divisa tra rabbia, malessere sociale e interventi – tardivi – del Governo (e un’Europa percepita come assente).

Non c’è solo la Grecia nella morsa dell’immigrazione incontrollata, ma anche l’Italia. Nel Mediterraneo centrale le rotte sono quattro. La più battuta, secondo anche quella che è la “Migratory Map” pubblicata da Frontex, parte dalle coste occidentali libiche, tra Tripoli, Gasr Garabulli e Zuara, puntando verso Lampedusa, Sicilia e Malta. Parallele a questa, altre due rotte collegano il litorale tunisino, tra Susa, Monastir e Sfax a Lampedusa, e la costa nord tra Biserta e Capo Bon a Pantelleria. Dall’Egitto partono invece alcuni dei pescherecci che giungono in Sicilia orientale e in Calabria. Infine, a partire dal 2006, una nuova rotta collega Algeria e Sardegna, partendo dalla costa nei pressi della città di Annaba.

Un rafforzamento delle rotte, però, si registra soprattutto nel mediterraneo centrale – in un ritorno al passato che tanto ricorda quel periodo storico in cui l’emergenza migranti era ripresa in maniera preponderante, soprattutto tra quelli che erano e sono tutt’ora indicati come i “Paesi ponte” quali Grecia, Italia e Spagna. E a rispondere nel merito è stato niente di meno che il Sindaco di Lampedusa, da noi interpellato in riferimento agli sbarchi, nel mese di agosto, di numerose piccole imbarcazioni. Sbarchi balzati agli onori della cronaca dalla stampa nazionale dopo che anche le opposizioni avevano nuovamente sollevato la polemica in sede istituzionale, ma anche attraverso canali social, soprattutto in relazione al Covid19 che sta molto preoccupando l’opinione pubblica tutta.

«Gli sbarchi – ci assicura Salvatore Martello, vera e propria autorità nell’isola lampedusana dopo che già lo scorso anno aveva tentato un duro braccio di ferro con l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sulla non chiusura dei porti dell’isola in contrasto alle direttive ministeriali – non si sono mai fermati e, al di là della pubblicità che è stata fatta negli anni passati, nel 2020 abbiamo avuto una accelerazione di sbarchi che ha addirittura superato il numero che abbiamo avuto nel 2011, quando in Italia era stato dichiarato lo stato di calamità, di emergenza, per affrontare il problema migranti». C’è molta gente, sostiene Martello, «che dimentica la storia e chi stava al governo in quel periodo e per quanti mesi noi abbiamo visto arrivare a Lampedusa la bellezza di 7.500 tunisini per la famosa primavera araba». L’errore che sta commettendo il governo, lamenta però anche in riferimento al nuovo esecutivo Conte bis, sta proprio lì; «nell’affrontare nuovamente questa nuova emergenza come se fosse una cosa normale, come se fosse la consuetudine del vivere che c’è stato e che c’è in questo periodo»; invece il problema è serio e «dev’essere affrontato con il peso dovuto senza aspettare che i fatti precedano le azioni e allora poi alla fine questo governo si muove, fa delle cose, ma arrivano in ritardo in rapporto all’emergenza che c’è sull’isola di Lampedusa». 

Una testimonianza diretta di un migrante riuscito ad uscire dall’hotspot, a Lampedusa.

Un’emergenza che l’ha infatti portato a dichiarare lo stato d’emergenza sull’isola.

«Quando dichiaro la parola emergenza? Viene dichiarata esclusivamente per accelerare tutta una procedura che c’è per quanto riguarda i trasferimenti. Pensa che oggi prima di trasferirli bisogna fare a tutti i tamponi rino faringei mentre prima si facevano i tamponi sierologici, oggi siamo passati ad un’altra fase e quindi se non sei attrezzato sull’isola di Lampedusa per fare 500-600 tamponi al giorno è un ritardo, sia per quanto riguarda i trasferimenti di queste persone in altri centri o addirittura nelle navi che dopo tanto tempo e dopo tanta insistenza, sono state messe perché le abbiamo chieste noi, non gli altri, per prevenire sull’emergenza Covid che sta diventando fastidiosa anche nei confronti delle persone che vengono a visitare l’isola di Lampedusa». Poi la stoccata al Governo e all’Unione europea. «Noi in due settimane abbiamo avuto 6.000 persone che sono arrivate sull’isola di Lampedusa con 260 sbarchi, quindi ci sono state più persone e più sbarchi che nel 2011. Se questa non è emergenza cos’è? Non certo una vicenda che dev’essere vista normalmente. E’ comprensibile lo spauracchio di tutte le persone che vengono a Lampedusa, ma anche dei lampedusani in relazione al fenomeno pandemico». E sulla faccenda, dopo l’invio di una lettera al Premier Giuseppe Conte – prima da parte del Sindaco di Lampedusa e poi dal governatore Nello Musumeci – proprio Conte aveva, a più riprese, annunciato l’arrivo di diverse navi quarantena reclamando anche la competenza dello Stato, come confermato dal Tar della Regione Sicilia, sulla gestione dei migranti in Sicilia, esortando tutti a fare di più «intensificando i rimpatri», annunciando il pugno duro, lo sgombero dell’hotpost e maggiori tutele sanitarie. Un invito a cui ha successivamente fatto seguito un consiglio dei ministri straordinario, con un vertice a tre proprio tra Conte, Martello e Musumeci per discutere della condizione in cui versavano i richiedenti asilo, tra centro di accoglienza – oramai al collasso – e Casa della fratellanza. Solo all’interno dell’hotspot erano presenti in 1.300. La promessa del Primo ministro italiano ha dato seguito ad uno sgombero immediato, con l’obiettivo di alleggerire la pressione tramite l’invio di altre navi e il riordino dei migranti in altre parti d’Italia. Ma il problema permane. Soprattutto in riferimento al fatto che molti migranti, per lo più tunisini, scappino – in contrasto a qualsiasi normativa volta alla tutela sanitaria e con la complicità silente delle autorità locali – dall’hotspot, tramite vere e proprie aperture sul retro del centro di prima accoglienza.

Le riprese di un migrante che scavalca la recinzione dell’hotspot lampedusano

Oltre destra e sinistra. 

«Il sistema dell’accoglienza negli anni passati è stato completamente scassato, completamente distrutto». Ne è sicuro, tra una chiamata e l’altra nel via vai del suo ufficio all’interno del secondo piano del Comune di Lampedusa, Salvatore Martello. «Vedete?», ci interrompe. «Proprio in queste ore stanno arrivando un’altra ventina di piccole imbarcazioni», «oramai è così da ore, senza sosta». Il fenomeno dei migranti, pur non vedendosi ad occhio nudo nella turistica isola nella parte più a sud del mar Mediterraneo, continua ad esserci, nonostante questo i turisti non lo vedano, se non in alcune ore del giorno tra Via Roma e qualche altra via del centro, dove i migranti – per lo più tunisini – sono ben presenti, nel silenzio delle autorità. «E vi dirò di più, – ammette con uno sguardo oramai rassegnato, quasi osservando il vuoto – continuerà ancora». E non è difficile immaginare il perché. La colpa, secondo Martello, risiederebbe nella polarizzazione del Paese, diviso in uno scontro politico tra destra e sinistra che ci rederebbe deboli dinanzi all’Europa, nei tavoli europei.

Ma è davvero così? Può davvero essere tutto relegato semplicemente ad un cortocircuito interno al Paese, o c’è qualcosa di più?

Martello, a tal proposito, non ha dubbi. «Noi – afferma in dissonanza e contrasto all’attuale esecutivo giallo-rosso, ma non solo – abbiamo un documento che è stato fatto dall’Onu che si chiama Global Compact che in Italia non è stato mai discusso, secondo me non è stato neanche mai letto e come tale non è neanche mai stato approvato; perché quando una nazione si rifiuta di prendere in considerazione che esiste un fenomeno epocale che va comunque affrontato e si cerca invece di nasconderlo e di rispondere solo ed esclusivamente con dichiarazioni di guerra o meno, è una nazione che ha bisogno ancora di essere istruita su questo fenomeno delle migrazioni. Bisogna andare oltre l’appartenenza politica, per avere una linea unica, istituzionale, per essere forti e pronti per affrontarlo in Europa, altrimenti non ci prenderà mai seriamente in considerazione». «Se noi andiamo in Europa con due versioni totalmente diverse, contrapposte, dove uno dice che il problema si risolve con le navi militari e un altro con i corridoi umanitari, l’Europa non prenderà mai una decisione. Come se poi il problema riguardasse solo l’Europa; no, riguarda i Paesi che si affacciano sul mediterraneo».

Un problema a cui la stessa Unione europea, occorre ricordarlo, ricorre offrendo ingenti finanziamenti e fondi per la gestione del fenomeno e del flusso migratorio.

Lo fa soprattutto in relazione al fatto che quest’ultimi siano quelli più esposti nella responsabilità diretta di doversi fare carico, in quanto Paesi di prima accoglienza, degli oneri e dei costi nella prima accoglienza dei richiedenti asilo e della domanda d’asilo, così come stipulato dall’accordo di Dublino, poi rivisto diverse volte. E’ successo nell’accordo con la Turchia di Erdogan, già nel marzo 2016 nonostante non facesse parte dell’Ue, – in pieno contrasto all’articolo 218 tfue poiché il Consiglio europeo non fu consultato ( QUI l’approfondimento dell’esperta legale Francesca Ambrosino in una sua disamina per l’Università degli Studi di Modena) – al confine di quella Grecia poi definita “lo scudo d’Europa” quando lo stesso primo ministro turco non molto tempo fa minacciò di inviare in Europa milioni di rifugiati siriani oltre le frontiere europee se la stessa non l’avesse supportato nel conflitto in Siria, ma anche con Spagna e Italia. Ed in riferimento poi ai cosiddetti “accordi di Malta”, (il summit tra i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Italia, Malta e Finlandia e i rappresentanti della Commissione europea che si svolse a Malta il 23 settembre del 2019) ammette: «non sono serviti a niente poiché sono stati accordi stipulati su base volontaria da alcune nazioni, ma non competevano la governance dell’Unione europea. Così come lo stesso accordo che è stato fatto ultimamente dal ministro Lamorgese con il governo tunisino: non sta portando ai frutti sperati perché il governo tunisino, parliamoci chiaro, vuole i soldi per cercare di bloccarli direttamente in partenza», forse, o forse no. D’altronde, come era emerso in una precedente inchiesta del Corriere della Sera, il mercato degli esseri umani nel Mediterraneo, dati Europol, vale sei miliardi di euro. Un quinto del mercato globale, stimato in 30 miliardi: un fatturato che rappresenta la terza industria illegale del mondo, dopo armi e droga.

Una delle riprese effettuate a Lampedusa, dopo un salvataggio, da parte di una motovedetta della Guardia Costiera, al largo delle acque territoriali italiane, a Lampedusa.

La “lotta” alle Ong e l’accusa a Frontex. L’Europa «spaccata» oggi spera nella rinascita. Quantomeno dei suoi valori portanti.

La questione dei salvataggi nel Mediterraneo, già lo scorso 25 ottobre 2019, spaccava la «coalizione Ursula» a Strasburgo, dove si rafforzava una nuova maggioranza formata da Ppe, conservatori e sovranisti e alimentando nuove tensioni nella coalizione di governo in Italia, con Pd e Italia Viva che accusavano il M5S di essere «in continuità con la Lega» sul tema dei migranti e cambiando l’assetto stesso dell’organo di rappresentanza europea: il Parlamento europeo e il suo “NO” alle Ong.

Attraverso una risoluzione, votata proprio dall’Europarlamento, l’emiciclo si era diviso nettamente in due: centro-destra contrario, centro-sinistra a favore. La risoluzione,  che difendeva le attività di salvataggio in mare e chiedeva a tutti gli Stati di aprire i porti alle navi delle Ong, era stata respinta per due soli voti (290 contro 288). Decisivi per la bocciatura erano stati proprio i parlamentari grillini – attualmente al governo con il Pd nell’esecutivo Conte bis – che avevano deciso di astenersi. Un fatto che lo stesso Bartolo definì incredibile. «Ci occupiamo di salvare le bestie, ma non gli esseri umani – si era sfogato uscendo dall’Aula -. L’altro giorno abbiamo deciso di difendere le api, oggi abbiamo deciso di non salvare gli esseri umani». Un vero e proprio controsenso, se si pensa che solo un anno fa parte di quella stessa maggioranza giallo-rossa contestava la stessa cosa all’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, il quale aveva inasprito le misure di sicurezza proprio attraverso i tanto criticati “decreti sicurezza” (ancora lì, nonostante dovessero essere smantellati) piuttosto che rispetto al famoso Memorandum Italia – Libia (tanto criticato e poi rinnovato e rifinanziato, insieme a nuovi accordi bilaterali con la Tunisia). Un vero e proprio paradosso.

E allora cos’è cambiato?

A tal proposito a darci delle risposte è Claudia, attivista di Mediterranean Hope, che a tal proposito ci dice: «cambiano le parole, cambiano le modalità, cambiano le sfumature ma la sostanza è rimasta la stessa. Memorandum, decreti sono rimasti. Le morti in mare non sono diminuite, le morti in mare sono aumentate. I porti non sono stati chiusi: era un messaggio politico ma a Lampedusa si continuava ad arrivare, l’unica differenza – secondo l’attivista della Ong – era che più persone morivano in mare, nel più totale silenzio, e attualmente più persone vengono respinte e portate indietro dalla sedicente guardia costiera libica finanziata anche appunto dal governo italiano e dall’Europa in generale», denuncia. «Quindi sostanzialmente non è cambiato molto se non maggiori morti, ma evidentemente esistono dei cittadini di serie A e di serie B ed evidentemente esistono delle morti che hanno più importanza di altre». Ce lo racconta con rammarico Claudia, che tuttavia elogia il lavoro svolto dalle Ong, compresa la sua. Mediterranean Hope segue un programma per i rifugiati e i migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. «In seguito al tragico naufragio del 3 ottobre 2013 abbiamo deciso che non potevamo più stare a guardare da lontano, ma volevamo esserci e per questo dal 2014 siamo presenti sull’isola con un osservatorio, attraverso un monitoraggio costante di quello che succede». Perché non si può più restare in silenzio.

Un’accusa a cui aveva fatto seguito quella delle Ong stesse verso quell’Europa da cui si erano sentite abbandonate. E che ancora oggi percepiscono come assente.

Ad affermarlo, non molto tempo fa, la stessa paladina – proposta da alcuni intellettuali di sinistra al premio Nobel per la Pace – Carola Rackete, che un anno dopo il suo arrivo a Lampedusa, il 20 giugno scorso, (quando ancora Salvini era ministro), ha tuonato: «L’Ue? vuole che i migranti affoghino per scoraggiare le partenze». Ad un anno di politiche europee sull’immigrazione, per l’ex capitana della Sea Watch 3 nulla è cambiato. «Se c’è stato un cambiamento, si tratta di un deterioramento della situazione».

E numerose accuse sono state mosse anche a Frontex, l’agenzia europea che controlla le frontiere esterne dell’Unione, finita sotto i riflettori dopo che due precedenti inchieste giornalistiche l’avevano accusata di chiudere un occhio di fronte a maltrattamenti perpetrati da funzionari locali nei confronti dei migranti e di avere a sua volta violato diritti fondamentali in casi di espulsione. «Da notare anche come, sulla scia del modello italiano, Frontex e Eunavfor Med abbiano incrementato la cooperazione con la cosiddetta guardia costiera libica, notificando – denuncia Riccardo Noury, portavoce di Amnesty in Italia – la gran parte dei salvataggi rilevati dagli assetti aerei e di fatto spostando le poche navi di pertinenza rimaste ben al di fuori delle zone di più alta probabilità di salvataggio».

Il cambio di paradigma e il monito di Ursula Von Der Leyen, a capo della Commissione europea: «aboliremo l’accordo di Dublino».

Una nostra fonte interna, vicinissima al Commissario europeo all’immigrazione, nuovo nome all’incarico fortemente voluto e rivisto proprio da Ursula Von Der Leyen, ci ha garantito che non è vero che l’Europa non fa nulla, come spesso si sente dire. «L’Europa fa e fa tanto». Intervistato a due passi dal quartier generale a Bruxelles, ci ha confermato, in esclusiva e prendendo in prestito un termine del tutto salviniano, che la Commissione a breve stilerà un piano – probabilmente presentato tra oggi e domani – per mettere sul tavolo ulteriori ingenti finanziamenti e cercare di aiutare queste persone “a casa loro”, rimettendo in discussione quelle che sono le attuali politiche migratorie europee per cercare, finalmente, di impedire così le numerose partenze e quelle che poi sarebbero le tragiche ripercussioni sulle cosiddette tratte di esseri umani, intensificando gli accordi con i Paesi d’origine. Anche la stessa Presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen l’ha ribadito mercoledì scorso dinanzi all’eurocamera, nella prima plenaria post pandemica a Bruxelles.

Un discorso annuale consueto sullo stato dell’Unione che, questa volta, entrerà nella storia.

«Posso annunciare – ha tuonato dinanzi agli eurodeputati presenti in aula – che aboliremo il regolamento. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l’asilo e per i rimpatri». Una risposta forte, che parte da un iter intrapreso nel 2016, e che accontenta, per il momento, tutti coloro che avevano in questi anni criticato lo stesso accordo, stipulato nell’ormai lontano 1990 a Dublino e rivisto numerose volte, fino all’ultimo “Dublino III”, vigente dal 2013. Un accordo, come ci ricordava lo stesso Sindaco di Lampedusa Martello, che va superato. «L’Accordo di Dublino andava bene in altri tempi. Chi ce lo doveva dire che ci sarebbe dovuta essere un’altra primavera tunisina nel 2020? Tramite il Covid c’è stato», così come aveva già previsto con una nota anche l’EASO, l’ufficio europeo di sostegno per l’asilo. Oggi, il problema è sulla tenuta dell’Unione e dei suoi valori. E, forse, qualcosa comincia a muoversi.

L’Europa, ora al suo bivio più importante, non può più aspettare. Il dado è tratto e le aspettative riposte su di essa non possono più essere disattese. O forse sì.

  • Ultimo aggiornamento giovedì 24 settembre.

di Giuseppe Papalia

(con la collaborazione di Michele Calamaio, Piotr Maciej Kaczynski, la consulenza legale di Francesca Ambrosino e, per le traduzioni, di Federico Zambelli, all’interno di un progetto di reportage nato grazie al progetto Stars4media sviluppato dalla Federazione europea dei giornalisti, in collaborazione con la Libera Università di Bruxelles (Vub), la Fondazione Euractiv e l’associazione Wan-Ifra, cofinanziato dall’Unione Europea, dedicato ai giovani professionisti desiderosi di acquisire nuove competenze ed espandere la loro rete professionale. L’obiettivo è quello di far collaborare due redazioni di due nazioni diverse per creare insieme un progetto editoriale innovativo sui temi europei).

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